E’ possibile.

Sono E., una donna venezuelana di 43 anni. Ho due figlie, di 20 e 4 anni, e vivo in Italia dal 1997. 

Il 25 Maggio 2020, sono uscita da Casa Viola, dopo 14 mesi di accoglienza. Sono arrivata qui dopo una convivenza finita molto male con il padre di mia figlia più piccola. Un anno fa mi sono trovata per strada, inseguita, spaventata e molto disorientata. 

Oggi sto bene finalmente! Le mie figlie stanno bene, siamo tranquille, serene e con un futuro davanti. La fine di un incubo e l’inizio una nuova vita.

“Benvenuta ad una nuova vita” sono state le parole dell’educatrice quando mi aprì la porta di CASA VIOLA, non mi sembrava vero! Era marzo 2019. Finalmente un posto dove poter stare con le mie figlie, riunite: poter cucinare per loro e dormire tranquille senza dover fare le valige ogni mattina, cambiando albergo continuamente, come facevo da un mese, appena scappata di casa con mia figlia più piccola, con i soldi che diminuivano e finivano di giorno in giorno e il terrore che lui mi trovasse fuori per aggredirmi. Avrei voluto scappare lontano ma non potevo “sequestrare” sua figlia, come diceva lui; perciò la portavo ogni giorno a scuola, cosi si arrabbiava un po’ meno,  ma il pericolo era proprio anche in quella situazione, ogni volta che lo incontravo. Chiedevo così aiuto ad un mio nipote o a mia figlia più grande per questi accompagnamenti ma non sempre era possibile. Era inevitabile incontralo e sentire le sue minacce e così cercavo posti pieni di gente, per sentirmi più al sicuro.

Famiglia non ne ho, tranne questo mio giovane nipote. Amici e vicini non mi aiutavano, non volevano problemi. Sapevano, sentivano ma cosa potevano fare? 

Cercavo aiuto da anni senza risultato. Forse non ero credibile, o forse non sembravo una donna debole, che potesse avere bisogno di aiuto.

Denunciare? Che paura! Significa dichiarare guerra, io che non sono capace di difendermi e subisco violenza senza capirne il reale motivo, senza fare niente, figuriamoci cosa accadrebbe se lo denunciassi? Questo ciò che pensavo. Come posso affrontare una guerra senza armi di difesa? L’unica arma che ho è denunciare? Avevo chiesto in passato al Centro Antiviolenza: dopo che lo denuncio come torno a casa? dove vado? avete un posto per noi?  Avevo paura e allora lasciavo perdere i pugni, le offese e le minacce e restavo a casa “dell’orco”, comportandomi bene, fino alla volta successiva.

Arriva però un altro fine settimana di alcool, mia figlia più grande non mi rispettava più, vedeva come lo servivo e lo veneravo, avendo i lividi. Pensava fossi masochista, ma io non lo sono. Per niente. Ero solo dipendente economicamente, oltre al fatto che lui era più forte di me con i pugni e da lui non sentivo di poter scappare. 

Un giorno le minacce si fecero più terribili: mi promise che mi avrebbe dato fuoco, come a quella donna calabrese bruciata nella macchina di cui si parlava in quel periodo. Seguivo la cronaca e queste notizie mi spaventavano moltissimo, mi chiedevo se sarei stata la prossima. Andai dall’assistente sociale che mi ascoltò, non potevo più rischiare e mi sono detta che se proprio avessi dovuto morire almeno i carabinieri lo avrebbero saputo prima. 

Il giorno dopo mi fissarono un incontro ai servizi sociali. Mi aspettava l’operatrice del CAV e l’educatrice di una casa di accoglienza, Casa Viola.  Stavano lì per me, erano venute a prendermi.

Inizia così il mio percorso, al centro di una rete di servizi che hanno operato al meglio tra loro per la mia sicurezza e il benessere mio e delle mie figlie, per rendermi una persona più sicura e autosufficiente. Questo percorso è stato graduale e mi sono sentita sicura e fiduciosa, ero nelle mani di professionisti.

Mi vennero spiegate le regole di Casa Viola per una sana convivenza, per la mia sicurezza, e per poter interagire con le educatrici e gli altri servizi. Al mio arrivo ero molto dispiaciuta per aver tolto la bambina dalla sua scuola materna, era la cosa che mi aveva frenata in tante occasioni, provavo “pena” per lei. L’avevo già portata via da casa e da suo padre, dalle sue amiche e dalle maestre. Ho pianto tantissimo.

Poi mi hanno suggerito di non rispondere più al telefono e questa è stata la prima grande liberazione. Che sensazione di tranquillità non dover più sentire le sue minacce e le sue offese! Fu il mio primo traguardo. Dovevo solo occuparmi di me, stavo sempre meglio, e per di più non dovevo preoccuparmi del vitto e dell’alloggio. Mi sono riposata un po’ la mente.

Nella seconda fase ho iniziato a interagire con tutta la rete: Centro Antiviolenza, Consultorio Familiare, educatrici di Casa viola e gli educatori delle visite protette. La mia bambina vedeva infatti il padre, in luogo protetto. Ero contenta di questo. L’educatrice mi aiutava a programmare la mia quotidianità, il mio calendario, giorno per giorno con tanti appuntamenti, facendo “il punto della situazione” e, confrontandomi  con lei, valutavamo come stavo e le mie impressioni.

A metà aprile 2019 la mia piccola viene ammessa alla scuola materna del nuovo quartiere in cui abitiamo.  E’ un bellissimo ambiente e le maestre sono brave! Mi rendo conto che aver lasciato la scuola a metà anno scolastico non è stata poi la fine del mondo. Adesso posso pensare a prepararmi per il nostro futuro, a trovare un lavoretto nel frattempo e cercare con l’educatrice un bel corso di contabilità, base e avanzata, che mi permetta poi di inserirmi meglio nel mondo del lavoro. Perché prima di questa relazione avevo sempre lavorato, ero stata anche imprenditrice. Abbiamo trovato il corso ma non era semplice far coincidere gli orari con la gestione della bambina. Con l’aiuto dell’educatrice e di una volontaria di servizio civile, che è stata molto importante, abbiamo risolto anche questo!

E poi arriva un’altra notizia: le educatrici di Casa Viola hanno trovato un’azienda disponibile a farmi fare un bellissimo tirocinio post-corso. Un nuovo inizio. 

Mia figlia più grande termina il liceo, fa la maturità  e deve lasciare la stanza per studenti dove abita. E’ sola,  quindi chiedo all’assistente sociale di permettermi di tenerla in Casa Viola con me. Anche lei aveva assistito più volte alle violenze e se ne era andata di casa anche per questo. Comprendendo le mie preoccupazioni, viene a stare con noi. Casa Viola costruì anche per lei un bellissimo progetto: trova un lavoretto serale in un ristorante vicino e inizia a riprendere anche lei fiducia nel futuro. L’assistente sociale le propone un corso per un inserimento lavorativo per giovani, che poi le offre un’opportunità di tirocinio come segretaria. Io nel fine settimana trovo lavoro in una pizzeria. 

Con un finanziamento regionale per donne vittime di violenza faccio un tirocinio retribuito, copro le spese di trasporto, il carburante  e inizio a fare il tirocinio della durata di sei mesi come segretaria amministrativa in un’azienda di catering. Mi piace moltissimo e sento che continuo a migliorare.

Inizia così la tanto attesa, fase di sgancio. Il finanziamento economico mi permette di firmare un contratto di affitto per un appartamento che ho trovato e di comprare del nuovo mobilio.

Sono un pò preoccupata, non so bene cosa mi riservi il futuro ma sicuramente posso ripartire, più forte, con le mie figlie, insieme per riscrivere una nuova storia.

Paternità: un percorso da vivere.

Qualche giorno fa abbiamo festeggiato la festa del Papà.

Nel nostro lavoro con gli uomini che agiscono comportamenti violenti nelle relazioni affettive ci capita spesso di affrontare il tema della paternità. In particolare, ci troviamo ad affrontare questioni quali la relazione padre-figli, inevitabilmente compromessa dai comportamenti violenti del padre; la difficoltà che i padri hanno nel riconoscere i bisogni, le emozioni e i desideri dei figli oppure la difficoltà di esercitare la propria paternità nel momento in cui la separazione sopraggiunge per proteggere la partner dalla violenza
dell’uomo.
Per questi motivi abbiamo chiesto ad un uomo, che frequenta il gruppo, di condividere qualche pensiero sulla paternità in occasione proprio della festa del papà.

La paternità?

Il primo pensiero che mi sovviene è che questa sia un dono; un dono davvero speciale che solo “pochi” fortunati hanno il privilegio di provare, qualcosa di cui essere fieri.
E’ il proseguimento “verticale” del proprio io nel tenero corpo di qualcuno/a che spesso magari ti assomiglia anche e che sarà legato a te indissolubilmente, nonostante tutto, per l’eternità.
Personalmente ed onestamente, la paternità non è maturata con la nascita di mio figlio; ammiro molto chi, quasi con una similitudine femminile/materna, l’ha maturata fin da subito, ma per altri ciò può arrivare successivamente e progressivamente. Io ne sono l’esempio.
Non per questo ritengo però che debba essere sottovalutato l’amore e lo sforzo di ogni padre; come si suol dire, “padri non si nasce, ma si diventa”.
La paternità è poi qualcosa di difficile da gestire soprattutto con una separazione; spesso per un padre separato i momenti di visita sono minori, ma solo oggi, grazie a dei percorsi personali psicologici e ad una acquisita maturità diversa, riesco a capire quanto più importante sia mettere da parte eventuali rancori e frustrazioni per lasciare spazio alla serenità di mio figlio. E’ qualcosa di inspiegabile, ma alle volte basta anche solo un sorriso di mio figlio per darmi tutta la forza e gratitudine che da padre cerco.
Oggi riesco a capire con profondità quando mi dissero che essere padre è innanzitutto un dovere. Spesso presi da rabbia ed inquietudini (in fase di separazione soprattutto) si abusa enormemente della parola diritto, ma l’essere padre è ben altro. La parola dovere rende bene l’idea sul fatto che, in primis, con i nostri figli non dovremmo mai avere la prepotenza di arrogarci la loro vita come nostra proprietà, come diritto in senso lato ma, piuttosto, dovremmo avere il dovere nobile (dal momento che li abbiamo concepiti volontariamente) di proteggerli, sostenerli, capirli, sopportali, guidarli, fare sacrifici per loro.
In sostanza, quando si inizia a pensare che la paternità sia un dovere ci si concentra inequivocabilmente sull’interesse del figlio/a e non più sul proprio tralasciando appunto eventuali dissapori e focalizzandosi solo sul bene primario: i nostri amati figli.
Aggiungo però con molta fermezza che comunque niente e nessuno ci deve privare di questi obblighi. Trovo immorale ed innaturale che qualcuno si opponga alla paternità e, personalmente, giorno dopo giorno, mi trovo a lottare con i miei strumenti più leciti, la pazienza, l’amore e il buon senso, affinché mi venga semplicemente riconosciuto il ruolo di padre che mi appartiene e merito.
Con un pizzico di ironia dico che immagino che non sia “ereditario” e trasmissibile l’amore per il proprio padre al proprio figlio e viceversa, ma se oggi ho un sogno è questo: vorrei tanto che mio figlio mi amasse anche solo la metà di quanto io amo mio padre. Se così fosse, avrei realizzato il più grande sogno della mia vita.

“Stai tranquilla, Starai bene” – Percorsi di fuoriuscita dalla violenza.

Il 25 novembre ricorre la giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, giornata istituita dalle Nazioni Unite a partire dal 1999 e data scelta in ricordo delle tre sorelle Mirabal, conosciute anche come “ Las Mariposas” (“Le farfalle”), seviziate violentate e uccise dal dittatore Trujillo nella Repubblica Dominicana il 25 Novembre del 1960.

L’obiettivo è quello di sensibilizzare sui temi legati alle varie forme di violenza di cui sono vittime le donne di tutto il mondo: dalla violenza fisica a quella sessuale, dalla violenza psicologica a quella economica, dagli atti persecutori come lo stalking fino al femminicidio.

I percorsi di fuoriuscita dalle situazioni di violenza sono lunghi e complessi.

Casa Viola, la nostra casa rifugio per donne vittime di violenza e i loro bambini, come le altre 21 case rifugio del Veneto, svolgono un ruolo particolarmente importante in questi percorsi: quello di consentire alla donna di allontanarsi fisicamente e mentalmente da una situazione di pericolo.

Abbiamo chiesto ad una delle donne accolte insieme alle sue figlie in Casa Viola di raccontarci del suo percorso di fuoriuscita dalla violenza, con la speranza che questo possa arrivare anche alle tantissime donne che ancora non sono riuscite a chiedere aiuto, lasciando il messaggio che un’altra strada è possibile.

“La proposta di entrare in Casa Viola è partita dall’assistente sociale che mi segue, subito dopo aver deciso di denunciare il mio compagno. Avevo paura di accettare di farmi aiutare, di affidarmi alla rete dei servizi; ero preoccupata e mi chiedevo dove sarei andata a stare e a quali altre regole avrei dovuto sottostare.

Avevo tanti interrogativi su cosa fosse una casa protetta. Ho parlato con un’amica che aveva attraversato un periodo simile al mio e mi ha rassicurata dicendomi: “stai tranquilla, starai bene”. 

Quando sono arrivata la casa mi ha fatto una buona impressione, ma ricordo che in quel momento sarei stata disposta ad accettare anche le peggiori delle condizioni. Prima di arrivare in casa, io e la mia bambina,  avevamo passato vari giorni in diverse camere d’albergo e lei mi diceva sempre che voleva “una casa vera, con la cucina”. Io in quel momento avrei fatto di tutto per la sua serenità. 

Nel primo periodo tutto era nuovo: non avevo aspettative concrete, avevo bisogno di essere orientata, ero molto in confusione. Sono entrata in Casa Viola un mese dopo aver lasciato casa mia; avevo già rinunciato a tutte le mie comodità e le mie abitudini ed ero disposta a qualsiasi cosa pur di non ritornare lì. L’unica aspettativa era quella di trovare una soluzione più stabile per riuscire ad andare avanti.

Non sapevo come avrei fatto e trovare un posto sereno da cui ripartire ha significato molto. 

All’inizio del mio percorso in Casa Viola provavo un senso di euforia misto a paura, confusione, caratterizzato dal non sapere se avevo fatto la cosa giusta e dal dispiacere per aver dovuto sconvolgere la vita di mia figlia. Ricordo che mi sentivo molto in colpa per averla costretta a cambiare scuola, lasciare i suoi amichetti e i punti di riferimento che avevamo creato, tutte le sue abitudini e il suo equilibrio.

E’ stato veramente difficile: pensavo di star bene, di essere una persona forte, che non si deprime. 

C’è stato però un momento davvero importante in cui ho realizzato e accettato la mia condizione e mi sono detta: “Ecco dove mi trovo, la mia vita e quella di mia figlia sono cambiate radicalmente e tutto continuerà a cambiare”.

E’ stato come dopo una scossa di terremoto: uno pensa che il peggio sia passato, ma in realtà ci sono ancora le scosse di assestamento. In quel momento ho iniziato ad accettare anche il fatto di poter provare tanta tristezza per tutto quello che era successo, senza più rinnegarla. 

Ho anche un’altra figlia, più grande, che è entrata in Casa Viola solo più tardi. Durante la mia accoglienza in Casa ha avuto bisogno di me ed io non sono riuscita a starle vicino come volevo. Mi sono sentita molto impotente, soprattutto perché mi ha fatto ripensare a tutte le volte che ho scelto di rimandare l’allontanamento dal mio ex compagno proprio per garantirle un posto dove stare e perché non volevo pagasse le conseguenze della mia relazione.

Prima di questa storia con il mio ex compagno avevo un’indipendenza economica, ero autonoma, ma pian piano ho perso tutto e non avevo più nulla di mio da poter offrire a lei. 

Tuttavia ho cercato di costruirmi una serenità in questa casa: ha contribuito soprattutto il fatto di non dover parlare ancora con il mio ex compagno, non dover dare più spiegazioni. Adesso non gli devo più nulla.

Arrivare qui è stata una liberazione, un traguardo: senza questo spazio non avrei potuto fare nulla. Adesso il mio ex compagno sa che io e la bambina viviamo in protezione e questo ha posto un freno, altrimenti lui avrebbe continuato con le sue minacce, insinuazioni. Adesso non ha modo di recriminare nulla.

In passato non ero riuscita davvero ad allontanarmi da lui: in qualche modo ci ricascavo sempre, avevo paura delle sue minacce. Penso di aver raggiunto un obiettivo: quello di essermi riuscita a svincolare davvero da lui. Più passano i mesi e più sento che sto facendo la cosa giusta. 

Volevo lasciare il mio ex compagno da anni ma me lo ha sempre impedito il fatto di non sapere dove andare. Se non ci fosse stato questo posto probabilmente non sarei mai riuscita a denunciarlo. Come potevo tornare a vivere sotto lo stesso tetto della persona che avevo denunciato? 

Non si tratta solo di un discorso economico. Sarei potuta andare da un’amica, ma avevo bisogno di un posto neutro per riuscire a svincolarmi da lui e da tutto quello che c’era attorno, la scuola della bambina, il mio lavoro, le amicizie più strette. Prima avevo bisogno di cancellare le mie tracce altrimenti sapevo che lui sarebbe venuto a cercarmi e niente avrebbe potuto impedirglielo.

La cosa fondamentale per uscire dalla violenza è uno spazio protetto come questo. “

Verso un’alternativa

Che forma potrà avere un gruppo di uomini che si incontra una volta a settimana, per un anno, a discutere dei comportamenti violenti agiti contro la propria compagna o moglie?
Questa era una delle tante domande che affollavano la mia mente tre anni fa, quando ho iniziato a condurre con Antonio il mio primo gruppo per autori di violenza domestica.
Con il tempo e l’esperienza ho capito che ogni gruppo assume una forma propria, irripetibile e mutevole a seconda delle fasi che attraversa e delle storie degli uomini che lo compongono. La rigidità un po’ imbarazzata dei primi incontri, la diffidenza, la negazione e minimizzazione spesso ostinata della violenza, l’espulsione della responsabilità verso qualsiasi cosa purché esterna: le “provocazioni” della donna, l’alcol, i problemi sul lavoro, il carattere. Tutto questo può lasciare spazio, attraverso piccoli, lentissimi passi, alla condivisione.
Tutti gli uomini che incontro nei gruppi hanno pochissime, scarne esperienze di condivisione autentica.
Con la partner, con gli amici, anche più stretti, con i genitori.
Le loro storie raccontano di una incapacità di comprendere, esprimere e condividere emozioni e sentimenti, innanzitutto propri, e di conseguenza anche altrui.
È quindi un punto centrale del percorso che compiamo insieme a loro: stimolarli ad acquisire una capacità di ascolto, riconoscimento ed espressione delle proprie sensazioni, emozioni, sentimenti.
E’ un passaggio fondamentale per questi uomini imparare a nominare ciò che sentono, invece che agirlo attraverso l’atto di violenza.
Imparare a nominare anche la violenza stessa. Chiamarla esattamente così, per ciò che è; nuda, senza sconti.
Una delle prime sessioni del programma di gruppo prevede la lettura ad alta voce e la spiegazione – tramite esempi concreti – delle diverse tipologie di violenza (fisica, psicologica, sessuale, economica).
Un elenco impietoso, che muove negli uomini reazioni differenti: negazione, rabbia, distanziamento paternalistico come quei “Si va beh, io le ho solo dato una sberla, mica l’ho picchiata”.
Quando, però, vengono chiamati a ripercorrere, una per una, tutte le voci di quell’elenco e condividere con il gruppo le azioni di cui si sono resi responsabili in prima persona, le manovre di minimizzazione si fanno meno granitiche, cominciano a sfaldarsi. In quel momento l’uomo è, spesso per la prima volta, costretto a nominare la violenza che ha agito, guardandosi attraverso lo specchio del gruppo, senza molte possibilità di fuga.
Si ritrova faccia a faccia con i comportamenti, le parole, i silenzi, e la sofferenza che ha provocato. Volontariamente provocato.
Spesso questo rappresenta un primo varco di accesso in direzione del cambiamento: rendersi “responsabili” di quei comportamenti violenti, agiti contro la propria compagna e spesso assistiti dai figli e dalle figlie.
Assumersi la responsabilità delle proprie azioni significa smettere di nascondersi dietro giustificazioni esterne, rimanere da soli a reggere il peso di ciò che si ha agito, ed accettarne le conseguenze. Siano esse giuridiche, relazionali, affettive.

Qualche settimana fa un uomo, giunto quasi al termine del percorso di gruppo, ha condiviso come sia stato difficile, ma al contempo illuminante, rendersi conto che i comportamenti violenti che aveva in passato agito non erano stati determinati dall’utilizzo di alcol, cosa di cui per molto tempo si era convinto.

“Perché vuol dire che se non era per quello…. allora sei proprio tu….”.

Camminare accanto, insieme a degli uomini che hanno agito violenza nei confronti di una compagna, è per me, che sono psicologa e donna, tortuoso e non esente da frustrazioni e dubbi.
Fondamentale, almeno per me, è tenere sempre a mente l’obiettivo principe del nostro servizio: contribuire, nei limiti – seppur rigorosi – della nostra professionalità, ad aprire nuove possibilità di scelta per questi uomini, aiutarli nel lavoro maieutico di inventare alternative all’umiliazione, al potere, al controllo.
Affinché le donne, i bambini e le bambine vittime della loro violenza possano sempre più vedersi restituita la libertà di cui hanno diritto.

Gruppo R….in classe!

Durante il mese di febbraio abbiamo avuto la possibilità di entrare nella scuola secondaria di primo grado di S. Martino di Lupari per lavorare insieme ai ragazzi, alla scoperta degli stereotipi di genere, sensibilizzando sul tema della violenza ma soprattutto cercando di valorizzare il femminile e il maschile ed educare alle differenze.

Abbiamo tenuto un laboratorio di tre incontri, incontrando 6 terze medie. E’ stato il primo nostro progetto con le scuole secondarie, un desiderio che Gruppo R coltivava da ormai diversi anni e che è stato possibile realizzare grazie anche al sostegno dell’Azienda Pettonon Cosmetics.

Ognuno dei ragazzi ci ha trasmesso qualcosa di diverso e ogni classe è stata un universo a sé. Alchimie di voci, visi e caratteri differenti hanno reso unico il lavoro che abbiamo fatto con loro.

Perchè era così importante per noi riuscire a parlare di queste tematiche con i ragazzi delle scuole? Continua a leggere Gruppo R….in classe!

Tre anni di Centro Antiviolenza

Nel Marzo 2016 la nostra cooperativa intraprendeva una nuova avventura, tutta da costruire, con l’apertura del centro antiviolenza “Civico Donna” nel Comune di Chioggia.

Abbiamo chiesto ad Alice, operatrice del centro, di condividere con noi questo percorso e questi anni di lavoro, passione ed emozioni.

“Quando ho accolto la signora A. al centro antiviolenza, tre anni fa, ho capito da subito che sarebbe stata una strada difficoltosa e impegnativa; era la prima donna che si rivolgeva a “Civico Donna”, dopo di lei ce ne sarebbero state più di cento.
Ho capito che avrei dovuto reggere a molte lacrime, molto sfoghi, molte domande, alle quali non sempre avrei avuto una risposta. Ho capito anche che avrei dovuto imparare molto, sul campo, perché la teoria, la formazione e le letture ti accompagnano fino alla porta dell’ufficio, poi ci sei tu, come “operatrice” e come donna, ad accogliere un’altra donna con il suo enorme dolore, con la sua anima ferita e offesa, con le sue cicatrici: sempre sul cuore, a volte sulla pelle. Continua a leggere Tre anni di Centro Antiviolenza

Parliamone…per dire BASTA! – 25 Novembre 2018 –

Ogni 25 Novembre ricorre la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, un fenomeno che per noi va ricordato tutti i giorni, un fenomeno che non ha nulla di “emergenziale” ma al contrario ha una forte matrice culturale ed educativa nella nostra società.

L’area di contrasto alla violenza di genere della nostra cooperativa comprende  diversi servizi quali il Centro Antiviolenza di Chioggia, il Servizio Uomini Maltrattanti, Casa Viola per donne vittime di violenza e i loro bambini; ma tutto questo è da sempre accompagnato da un forte processo di sensibilizzazione e prevenzione sul fenomeno della violenza nel territorio in cui operiamo.

Il nostro obiettivo è quello di rispondere ai bisogni che il fenomeno della violenza crea con i nostri servizi ma allo stesso tempo quello di riuscire a limitare il presentarsi di episodi di violenza; e perchè ciò accada è necessario parlarne. Abbiamo deciso di parlarne in situazioni più informali, partecipando a incontri di gruppi associativi di giovani e adulti ma anche rispondendo a inviti a seminari, convegni o occasioni pubbliche dove poter portare il nostro lavoro e il nostro messaggio. Continua a leggere Parliamone…per dire BASTA! – 25 Novembre 2018 –

Dottore, ma questa è violenza?

Pochi giorni fa è stato l’8 Marzo, festa della donna, e per ricordare l’importanza di questa giornata abbiamo deciso di raccontarvi un altro nostro servizio, un servizio che vuole continuare a lavorare contro la violenza sulle donne, occupandosi però degli uomini che agiscono violenza, intervenendo e offrendo  loro una possibilità di cambiamento: il SUM, Servizio Uomini Maltrattanti. Un lavoro sulla consapevolezza della responsabilità e delle conseguenze dei propri comportamenti maltrattanti verso la donna colpita, su i processi culturali intrinsechi che danno origine a rapporti basati sul potere e non sul rispetto, sulla consapevolezza della sofferenza inflitta ai figli e alle figlie, esplorando nuove modalità di essere genitori.

Per questo abbiamo deciso di raccontarvi l’esperienza di C., un uomo maltrattante venuto a contatto con il SUM, attraverso gli occhi di un operatore, di chi cerca di intervenire sulle storie di uomini violenti e offrire strade alternative possibili.

“C. mi chiama perché la moglie, che è venuta a conoscenza del servizio, lo invita a prendere i contatti con noi. Lui accetta anche se fin dal primo contatto telefonico mi dice che non è convinto ma lo fa per lei. Continua a leggere Dottore, ma questa è violenza?

8 Marzo 2017 – Dalla parte delle donne.

A partire da oggi, fino a dicembre 2017, Gruppo Polis promuove un’iniziativa a sostegno di Casa Viola, la nostra Casa che accoglie donne vittime di violenza e i loro bambini.

In occasione della Giornata Internazionale della donna, da oggi 8 Marzo, saranno quasi 40 i negozi e le librerie di Padova e provincia che prenderanno una posizione chiara e precisa: quella di aiutare le donne vittime di violenza. Continua a leggere 8 Marzo 2017 – Dalla parte delle donne.

“Dottore, sono un violento?” Storia di C.

Una storia raccolta dal Servizio Uomini Maltrattanti di Gruppo Polis.

C. mi chiama perché la moglie, che è venuta a conoscenza del servizio, lo invita a prendere i contatti con noi. Lui accetta, anche se fin dal primo contatto telefonico mi dice che non è convinto, ma lo fa per lei.

Il giorno del primo colloquio si presenta puntuale; è un uomo alto e abbastanza robusto, e mi ripete subito che non è convinto di questa soluzione, ma dato che hanno provato tante soluzioni senza risultati e lui non vuole perdere sua moglie, ha deciso di provare anche questa.

Continua a leggere “Dottore, sono un violento?” Storia di C.