Paternità: un percorso da vivere.

Qualche giorno fa abbiamo festeggiato la festa del Papà.

Nel nostro lavoro con gli uomini che agiscono comportamenti violenti nelle relazioni affettive ci capita spesso di affrontare il tema della paternità. In particolare, ci troviamo ad affrontare questioni quali la relazione padre-figli, inevitabilmente compromessa dai comportamenti violenti del padre; la difficoltà che i padri hanno nel riconoscere i bisogni, le emozioni e i desideri dei figli oppure la difficoltà di esercitare la propria paternità nel momento in cui la separazione sopraggiunge per proteggere la partner dalla violenza
dell’uomo.
Per questi motivi abbiamo chiesto ad un uomo, che frequenta il gruppo, di condividere qualche pensiero sulla paternità in occasione proprio della festa del papà.

La paternità?

Il primo pensiero che mi sovviene è che questa sia un dono; un dono davvero speciale che solo “pochi” fortunati hanno il privilegio di provare, qualcosa di cui essere fieri.
E’ il proseguimento “verticale” del proprio io nel tenero corpo di qualcuno/a che spesso magari ti assomiglia anche e che sarà legato a te indissolubilmente, nonostante tutto, per l’eternità.
Personalmente ed onestamente, la paternità non è maturata con la nascita di mio figlio; ammiro molto chi, quasi con una similitudine femminile/materna, l’ha maturata fin da subito, ma per altri ciò può arrivare successivamente e progressivamente. Io ne sono l’esempio.
Non per questo ritengo però che debba essere sottovalutato l’amore e lo sforzo di ogni padre; come si suol dire, “padri non si nasce, ma si diventa”.
La paternità è poi qualcosa di difficile da gestire soprattutto con una separazione; spesso per un padre separato i momenti di visita sono minori, ma solo oggi, grazie a dei percorsi personali psicologici e ad una acquisita maturità diversa, riesco a capire quanto più importante sia mettere da parte eventuali rancori e frustrazioni per lasciare spazio alla serenità di mio figlio. E’ qualcosa di inspiegabile, ma alle volte basta anche solo un sorriso di mio figlio per darmi tutta la forza e gratitudine che da padre cerco.
Oggi riesco a capire con profondità quando mi dissero che essere padre è innanzitutto un dovere. Spesso presi da rabbia ed inquietudini (in fase di separazione soprattutto) si abusa enormemente della parola diritto, ma l’essere padre è ben altro. La parola dovere rende bene l’idea sul fatto che, in primis, con i nostri figli non dovremmo mai avere la prepotenza di arrogarci la loro vita come nostra proprietà, come diritto in senso lato ma, piuttosto, dovremmo avere il dovere nobile (dal momento che li abbiamo concepiti volontariamente) di proteggerli, sostenerli, capirli, sopportali, guidarli, fare sacrifici per loro.
In sostanza, quando si inizia a pensare che la paternità sia un dovere ci si concentra inequivocabilmente sull’interesse del figlio/a e non più sul proprio tralasciando appunto eventuali dissapori e focalizzandosi solo sul bene primario: i nostri amati figli.
Aggiungo però con molta fermezza che comunque niente e nessuno ci deve privare di questi obblighi. Trovo immorale ed innaturale che qualcuno si opponga alla paternità e, personalmente, giorno dopo giorno, mi trovo a lottare con i miei strumenti più leciti, la pazienza, l’amore e il buon senso, affinché mi venga semplicemente riconosciuto il ruolo di padre che mi appartiene e merito.
Con un pizzico di ironia dico che immagino che non sia “ereditario” e trasmissibile l’amore per il proprio padre al proprio figlio e viceversa, ma se oggi ho un sogno è questo: vorrei tanto che mio figlio mi amasse anche solo la metà di quanto io amo mio padre. Se così fosse, avrei realizzato il più grande sogno della mia vita.

Un Salotto denso di storie.

Il “salotto” è un concetto che evoca calore, pace, riposo. Uno spazio intimo in cui rifugiarsi ma anche uno spazio di incontro e convivialità. A partire da settembre 2019 questo concetto ha assunto nuove sfumature di significato e ha incontrato nuove storie di vita: il Salotto è, infatti, il nome di un nuovo servizio di cui si occupa la nostra cooperativa. Si tratta di un centro diurno ospitato presso l’Asilo Notturno comunale, struttura che, da anni, accoglie persone senza dimora e in stato di grave emarginazione. È proprio in questo contesto che il Salotto si inserisce come spazio diurno aperto ad alcune delle persone lì ospitate, e dà loro la possibilità di usufruire dell’Asilo Notturno in un modo diverso e in una fascia oraria in cui prima la struttura era chiusa. Il Salotto, infatti, apre ogni giorno, dal lunedì al venerdì, per la durata di due ore, prima dell’apertura serale della struttura. Per poter raccontare cosa si fa al Salotto e che significato ha per le persone che lo frequentano, abbiamo deciso di chiedere proprio a loro.

Alcune persone raccontano che per loro la possibilità di accedere alla struttura in orario diurno è vissuta con grande serenità perché hanno la possibilità di stare al riparo e di condividere uno spazio piacevole con altre persone, cosa che, invece, fuori non riescono a fare. Per altre ancora è un rifugio, uno spazio in cui potersi dedicare del tempo e in cui poter dare spazio ai propri interessi. Per altre ancora è un luogo in cui potersi confrontare attivamente, informare e trovare supporto. Il Salotto, infatti, si struttura in due servizi principali. Da una parte, sono state create, a partire dalle esigenze emerse dagli ospiti, una serie di attività di gruppo tra cui la visione di film, la lettura del giornale, momenti di dibattito e confronto, ascolto di musica e così via. Dall’altra, è attivo uno sportello di consulenza e orientamento che permette alle persone di trovare uno spazio di ascolto protetto e di essere affiancate in base alle loro esigenze. Sempre grazie allo sportello è possibile anche affiancare le persone nella ricerca lavoro, permettendo così di costruire percorsi di maggiore consapevolezza e autodeterminazione.

Un momento costante che caratterizza i pomeriggi trascorsi insieme è dato dalla presenza di una merenda condivisa che accompagna tutti i momenti di convivialità vissuti settimanalmente. È proprio nella condivisione di un tè caldo che si scopre ogni giorno la bellezza dello stare insieme e la necessità di creare sempre nuove attività, nuovi spazi di confronto, nuovi spunti di riflessione. Il Salotto vuole essere un servizio in costante evoluzione, un servizio che cerca di permettere, a tutte le persone che lo frequentano, di trovare uno spazio adatto a sé e alle proprie esigenze, uno spazio che cambia e cresce a partire proprio dalla voce e dalle esperienze di chi quello spazio lo vive tutti i giorni.

Anche in questo sta la sfida: creare nuove narrazioni, nuove sensazioni in uno spazio che è già, di per sé, denso di storie. 

Un anno inaspettato e un nuovo punto di partenza: il mio Servizio Civile

Durante l’anno appena concluso ho avuto la fortuna di svolgere il Servizio Civile Regionale presso due servizi della Cooperativa Gruppo R: Casa Viola e il Centro Diurno la Bussola.
Il progetto “Spazi Rigenerativi” ha catturato fin subito il mio interesse perché consentiva di continuare ad esplorare un ambito in cui avevo già avuto qualche esperienza (quello della marginalità adulta) e, al tempo stesso, di sperimentarmi all’interno di un servizio per donne vittime di violenza. Mi piaceva molto l’idea di poter imparare qualcosa di nuovo senza abbandonare del tutto la strada percorsa fino ad ora.

Quando ho deciso di intraprendere quest’avventura avevo bisogno di un cambiamento nella mia vita che non coinvolgesse più soltanto la sfera del lavoro ma anche quella dei valori in cui credo.
Ho trovato in questa opportunità un buon compromesso fra questi due aspetti: essere un volontario ha rappresentato per me un’esperienza altamente stimolante sia a livello personale che
a livello di competenze acquisite.
Fin dall’inizio ho deciso di fidarmi della sensazione di calore che mi hanno trasmesso i luoghi in cui avrei svolto servizio come volontaria. In entrambi i casi mi sono ritrovata in servizi in cui le risorse delle persone coinvolte vengono davvero valorizzate, nessuno escluso.
Posso dire senz’altro che l’anno appena concluso è stato molto intenso per me. Le attività che ho svolto come volontaria sono state legate sia alle mie attitudini e conoscenze sia alle esigenze dei
servizi.

Con le donne di Casa Viola il mio ruolo è stato quello di supportare le attività delle operatrici e delle ospiti, sia in piccole attività quotidiane, sia in momenti conviviali e di confronto sull’andamento del loro percorso. E’ stato molto importante per me riuscire ad entrare in relazione a poco a poco con le donne ospitate, rispettando i loro bisogni e le loro necessità legate
al delicato momento di vita.
Presso il Centro Diurno La Bussola, invece le mie attività sono state più strutturate e legate principalmente al momento del pasto e dei laboratori pomeridiani. Sicuramente una meravigliosa scoperta è stata quella del laboratorio di terracotta: mettermi alla prova insieme ad alcune persone che frequentano il centro con un materiale che non avevo mai utilizzato prima ha rappresentato una sfida bella ed inaspettata, oltre ad essersi trasformata nel tempo in una piccola passione.

Vivere l’esperienza di servizio civile ha significato molte cose: ripensare il lavoro nel sociale, abbandonando alcuni punti di vista e lasciando spazio a quelli nuovi; prendere parte con orgoglio ad un percorso fatto di piccoli cambiamenti quotidiani; essere pronta ad accogliere giorno per giorno alcuni pezzi della vita delle persone, ricordi e sfaccettature della loro personalità.
Porterò con me il ricordo di alcuni momenti speciali di quest’anno. In particolare la festa del Centro Diurno: “Non perdere la Bussola” in cui tutti sono stati coinvolti nell’organizzazione di una giornata speciale che mi ha resa orgogliosa di far parte di una bellissima squadra in grado di raggiungere anche gli obiettivi più difficili.

TRAME, un progetto di innovazione sociale e sostenibilità ambientale.

Quasi due anni di attività ed è il momento di raccontare finalmente uno degli ultimi progetti di Gruppo R che riesce a combinare “Vite, talenti e stoffe”, come recita fiero il claim.

Già, TRAME, un marchio rigorosamente di design, ma etico. Non a caso il team che ci lavora con entusiasmo è anche artefice del termine “ethic chic“.

Ma di cosa si tratta? TRAME è in breve un’idea imprenditoriale di innovazione sociale, un marchio etico, originale e responsabile. Parliamo di accessori che nascono da una vivace e innovativa combinazione di design di prodotto e stoffe pregiate, con un’attenzione alle tendenze del momento. Sono pezzi unici, made in Italy e fatti a mano, che rispecchiano il valore e l’unicità delle persone che li realizzano.

E chi li realizza? Persone vere e in questo momento soprattutto donne, guidate da una maestra d’arte e da una designer.

E perché etico? Perché Trame si rifà alla filiera del riuso e alla dialettica dell’economia circolare.

E quindi gli accessori nascono da un’attenta selezione di tessuti di pregio donati da imprese locali e che, scartati da processi produttivi in cui risultano ormai inutili, entrano nel processo creativo TRAME, riacquistando design e funzionalità̀, secondo una logica sostenibile e di rispetto dell’ambiente.

Chi meglio delle persone stesse, però, può raccontarci quanto accade dentro e fuori TRAME? Importante riportarvi le loro sensazioni, i loro punti di vista, dopo questi primi due anni di sartoria, raccolta tessuti, aperishop, collaborazioni e social network.

La Direzione:

EMANUELA, la Responsabile del progetto: “La domanda frequente è perché impegnare tempo, energie, pensiero, e risorse economiche in questo progetto, e in due anni sì, ne abbiamo messo di impegno prezioso, personale e della cooperativa. La risposta è che prima di tutto TRAME è nata come esigenza condivisa in un percorso che ha coinvolto alcuni lavoratori di Gruppo R, e cioè creare nuovi spazi per l’inserimento di donne con difficoltà, valorizzando le loro competenze. E questo è già importante per dare credito al progetto.  E poi perché strada facendo è cresciuta anche la passione per questa impresa e per le sue caratteristiche peculiari: l’artigianalità, l’attenzione all’ambiente, il team che sa coniugare passione e professionalità,  il prodotto e lo stile, che sentiamo nostro identitario e allo stesso tempo di tendenza, la comunità che si è creata attorno. Sicuramente stiamo mettendo in pista TRAME con tutte le attenzioni, le competenze e la nostra voglia di volare.” 

La Sartoria:

DANIELA, la Maestra d’Arte: “TRAME per me è un concetto in evoluzione costante. All’inizio è stato dare un senso alle mie passioni, all’eredità culturale di mia madre e di una nonna che non ho mai conosciuto; a decine di ore dedicate a corsi, leggere libri e studiare, perché cucire è anche questo. Anche la decisione che la via giusta poteva solo essere mettere a disposizione il mio sapere e la mia passione ad altre donne, perché credo nella condivisione, nel valore terapeutico del cucito, e di ogni attività svolta con le mani. Un primo incontro fortunato, con Gruppo Polis e poi con Emanuela Tacchetto, e di seguito con tutte le persone che hanno creduto nelle mie capacità e con le quali sto condividendo un sogno molto concreto. Dare alle persone un’occasione per prendere in mano la propria vita attraverso il lavoro. Ora TRAME sono tre stanze, caotiche, colorate, nelle quali il rumore delle macchine da cucire si mescola agli insegnamenti miei e di Alessandra (la seconda sarta che collabora con TRAME da circa un anno) alle nuove arrivate e alle richieste di Patty. E poi ci sono le nostre borse, belle e preziose, fatte con amore e perizia, nelle quali lasciamo sempre un po’ del nostro cuore.”

PATTY, la designer e product manager: “Ogni volta che rovisto nei secchi, che per altri sono scarti, è un’emozione… trovo tessuti meravigliosi, so già cosa potrebbero diventare e con l’aiuto di Daniela quasi sempre è possibile. Provengo da una famiglia di artigiani tessili e sono cresciuta praticamente in mezzo agli stracci e fin da piccola dagli scarti creavo qualcosa, magari per le mie bambole… A 7 anni avevo già deciso che sarei diventata una designer. TRAME è questo, casa e pura creatività che manca molto spesso nelle aziende di moda da cui provengo, con circa 20 anni di esperienza. Qui mi sento libera e ispirata continuamente, posso solo ringraziare questo progetto che mi ha restituito l’entusiasmo!

Gli Amici:

NOLITA, marchio di abbigliamento femminile: “Nolita ha scelto Trame in quanto da sempre fortemente legata e attenta ai temi sociali riguardanti le donne. I gadget unici – Trame per Nolita-  creati dalle donne per le donne hanno attribuito un valore aggiunto ai nostri capi, rendendoli portatori di un messaggio sociale importante: è sempre possibile rimettersi in gioco. Contenti di questa collaborazione, speriamo si possa ripetere in un futuro con nuovi spunti e nuove.

Trame. Ritagli di vita – https://www.trameatelier.it/chi-siamo/

“Stai tranquilla, Starai bene” – Percorsi di fuoriuscita dalla violenza.

Il 25 novembre ricorre la giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, giornata istituita dalle Nazioni Unite a partire dal 1999 e data scelta in ricordo delle tre sorelle Mirabal, conosciute anche come “ Las Mariposas” (“Le farfalle”), seviziate violentate e uccise dal dittatore Trujillo nella Repubblica Dominicana il 25 Novembre del 1960.

L’obiettivo è quello di sensibilizzare sui temi legati alle varie forme di violenza di cui sono vittime le donne di tutto il mondo: dalla violenza fisica a quella sessuale, dalla violenza psicologica a quella economica, dagli atti persecutori come lo stalking fino al femminicidio.

I percorsi di fuoriuscita dalle situazioni di violenza sono lunghi e complessi.

Casa Viola, la nostra casa rifugio per donne vittime di violenza e i loro bambini, come le altre 21 case rifugio del Veneto, svolgono un ruolo particolarmente importante in questi percorsi: quello di consentire alla donna di allontanarsi fisicamente e mentalmente da una situazione di pericolo.

Abbiamo chiesto ad una delle donne accolte insieme alle sue figlie in Casa Viola di raccontarci del suo percorso di fuoriuscita dalla violenza, con la speranza che questo possa arrivare anche alle tantissime donne che ancora non sono riuscite a chiedere aiuto, lasciando il messaggio che un’altra strada è possibile.

“La proposta di entrare in Casa Viola è partita dall’assistente sociale che mi segue, subito dopo aver deciso di denunciare il mio compagno. Avevo paura di accettare di farmi aiutare, di affidarmi alla rete dei servizi; ero preoccupata e mi chiedevo dove sarei andata a stare e a quali altre regole avrei dovuto sottostare.

Avevo tanti interrogativi su cosa fosse una casa protetta. Ho parlato con un’amica che aveva attraversato un periodo simile al mio e mi ha rassicurata dicendomi: “stai tranquilla, starai bene”. 

Quando sono arrivata la casa mi ha fatto una buona impressione, ma ricordo che in quel momento sarei stata disposta ad accettare anche le peggiori delle condizioni. Prima di arrivare in casa, io e la mia bambina,  avevamo passato vari giorni in diverse camere d’albergo e lei mi diceva sempre che voleva “una casa vera, con la cucina”. Io in quel momento avrei fatto di tutto per la sua serenità. 

Nel primo periodo tutto era nuovo: non avevo aspettative concrete, avevo bisogno di essere orientata, ero molto in confusione. Sono entrata in Casa Viola un mese dopo aver lasciato casa mia; avevo già rinunciato a tutte le mie comodità e le mie abitudini ed ero disposta a qualsiasi cosa pur di non ritornare lì. L’unica aspettativa era quella di trovare una soluzione più stabile per riuscire ad andare avanti.

Non sapevo come avrei fatto e trovare un posto sereno da cui ripartire ha significato molto. 

All’inizio del mio percorso in Casa Viola provavo un senso di euforia misto a paura, confusione, caratterizzato dal non sapere se avevo fatto la cosa giusta e dal dispiacere per aver dovuto sconvolgere la vita di mia figlia. Ricordo che mi sentivo molto in colpa per averla costretta a cambiare scuola, lasciare i suoi amichetti e i punti di riferimento che avevamo creato, tutte le sue abitudini e il suo equilibrio.

E’ stato veramente difficile: pensavo di star bene, di essere una persona forte, che non si deprime. 

C’è stato però un momento davvero importante in cui ho realizzato e accettato la mia condizione e mi sono detta: “Ecco dove mi trovo, la mia vita e quella di mia figlia sono cambiate radicalmente e tutto continuerà a cambiare”.

E’ stato come dopo una scossa di terremoto: uno pensa che il peggio sia passato, ma in realtà ci sono ancora le scosse di assestamento. In quel momento ho iniziato ad accettare anche il fatto di poter provare tanta tristezza per tutto quello che era successo, senza più rinnegarla. 

Ho anche un’altra figlia, più grande, che è entrata in Casa Viola solo più tardi. Durante la mia accoglienza in Casa ha avuto bisogno di me ed io non sono riuscita a starle vicino come volevo. Mi sono sentita molto impotente, soprattutto perché mi ha fatto ripensare a tutte le volte che ho scelto di rimandare l’allontanamento dal mio ex compagno proprio per garantirle un posto dove stare e perché non volevo pagasse le conseguenze della mia relazione.

Prima di questa storia con il mio ex compagno avevo un’indipendenza economica, ero autonoma, ma pian piano ho perso tutto e non avevo più nulla di mio da poter offrire a lei. 

Tuttavia ho cercato di costruirmi una serenità in questa casa: ha contribuito soprattutto il fatto di non dover parlare ancora con il mio ex compagno, non dover dare più spiegazioni. Adesso non gli devo più nulla.

Arrivare qui è stata una liberazione, un traguardo: senza questo spazio non avrei potuto fare nulla. Adesso il mio ex compagno sa che io e la bambina viviamo in protezione e questo ha posto un freno, altrimenti lui avrebbe continuato con le sue minacce, insinuazioni. Adesso non ha modo di recriminare nulla.

In passato non ero riuscita davvero ad allontanarmi da lui: in qualche modo ci ricascavo sempre, avevo paura delle sue minacce. Penso di aver raggiunto un obiettivo: quello di essermi riuscita a svincolare davvero da lui. Più passano i mesi e più sento che sto facendo la cosa giusta. 

Volevo lasciare il mio ex compagno da anni ma me lo ha sempre impedito il fatto di non sapere dove andare. Se non ci fosse stato questo posto probabilmente non sarei mai riuscita a denunciarlo. Come potevo tornare a vivere sotto lo stesso tetto della persona che avevo denunciato? 

Non si tratta solo di un discorso economico. Sarei potuta andare da un’amica, ma avevo bisogno di un posto neutro per riuscire a svincolarmi da lui e da tutto quello che c’era attorno, la scuola della bambina, il mio lavoro, le amicizie più strette. Prima avevo bisogno di cancellare le mie tracce altrimenti sapevo che lui sarebbe venuto a cercarmi e niente avrebbe potuto impedirglielo.

La cosa fondamentale per uscire dalla violenza è uno spazio protetto come questo. “

Dalla notte all’aurora.


Una vita bella e come la volevo io , cervello sempre attivo , atteggiamento sempre costruttivo e attenzione a chi si trovava in difficoltà. Pronto a dare e terribilmente imbarazzato nel chiedere e/o ricevere. Un lavoro, tante passioni che mi facevano sognare sempre un nuovo futuro e, come diceva mio nonno  ” in tasca sempre un soldo in più di quello che mi serve “.

Un brutto giorno la salute cede, piano piano i problemi diventano sempre più seri, ma il mio ottimismo mi tiene ancora fiducioso nel futuro. Problemi sempre più complessi e la sfortuna di trovare medici che sottovalutano la mia situazione. Salute incerta, la crisi e il lavoro non c’è più.

Mi concentro sulla salute ma la situazione si è ingarbugliata e non permette una visione chiara . Il tempo passa e i risparmi finiscono , il mio comportamento corretto degli anni precedenti mi fà guadagnare del tempo ma non basta. Richiedo un intervento alle istituzioni deputate alla mia nuova situazione ma è un porto delle nebbie  e il mio ottimismo piano piano lascia il posto ai pensieri negativi che mi trascinano in uno “stato mentale” non mio ! Un gorgo che mi fà vedere tutto negativo…non vedo più un futuro.

Un giorno vengo inviato al CD “La Bussola” e con molto scetticismo ci vado , vengo accolto con un sorriso e senza domande. Ci sono altre persone con situazioni simili alla mia e uno di loro , senza rendersene conto , mi fà  “scollegare” il cervello dai pensieri negativi  per 3-4 ore al giorno . La salute peggiora , due ricoveri nel porto delle nebbie e zero risposte; ma grazie allo staff del centro diurno entro in un appartamento di seconda accoglienza ed esco dal garage dove ero finito a dormire. Un letto con delle lenzuola, delle finestre, un bagno con doccia e una telefonata di “presenza e cortesia” al mattino dell’operatore che segue la mia persona. Un sollievo! Oltre ad ottusi burocrati, degli esseri umani di una cooperativa sociale mi stimolano, giustamente, ad essere attivo per me stesso e per i miei problemi e a riprendere attività compatibili  con le mie attitudini.

Adesso sono aumentate leggermente le mie entrate, grazie ad un impegno in una cooperativa sociale, e ho ritrovato il gusto di farmi riparare delle scarpe , di cambiarmi gli occhiali e altre piccole necessità; ma mi sono accorto che ho anche ricominciato a pensare al futuro (non a grandi cose viste le mie entrate ).

Una storia banale? Forse si o forse, ho incontrato persone che in punta di piedi si sono messi al mio fianco, sono stati capaci di “ribaltare” il mio stato mentale, è una storia speciale. Non so se adesso quella “luce” che mi sembra di intravedere è l’aurora o no ma in questo periodo ho la sensazione che la notte stia per finire.

GRAZIE  P.D.

Modelliamo…una nuova sfida!

Per parlare del nostro laboratorio di Terracotta abbiamo scelto di partire dalle parole che hanno utilizzato per descriverlo le persone ospiti del nostro centro diurno che lo frequentano.

Costruttivo, fatto con amore, cura, impegno, coraggio, dedizione, fatica, compagnia.

In queste parole è racchiuso il senso che questa esperienza sta avendo per tutti coloro che partecipano: partire da un materiale povero e duttile come l’argilla e recuperare alcune abilità manuali, avere la possibilità di esprimere un lato più creativo e artistico, utilizzare un mezzo espressivo non convenzionale , raccontare la propria storia anche all’esterno del Centro Diurno attraverso gli oggetti realizzati, godere della compagnia del gruppo e divenire più consapevoli, valorizzando alcune capacità che si pensava fossero andate perdute.

Partendo dal supporto di un’esperta, operatori e volontari del centro diurno la Bussola si sono ritrovati a maneggiare per la prima volta l’argilla, imparando a conoscerne le caratteristiche e a lavorarla con pazienza. Dopo aver appreso le basi del processo di lavorazione, si è cercato di coinvolgere in questa nuova attività le persone che frequentano il centro.

Il laboratorio è stato portato avanti cercando di coinvolgere il più possibile sia i volontari che gli ospiti della Bussola in tutto il processo sia operativo che di ideazione degli oggetti da proporre.

I risultati sono arrivati pian piano e abbiamo deciso di farci conoscere con un banchetto espositivo ad alcuni eventi all’aperto, per partire, ma soprattutto per motivare ancor più i partecipanti che vedevano i loro prodotti esposti all’esterno del centro. Sono state occasioni molto preziose per il nostro centro e per i partecipanti al laboratorio che hanno avuto modo di vedersi diversamente, protagonisti di un banchetto che “parlava di loro” e che raccontava dell’attività che portiamo avanti.

Questo laboratorio rappresenta un’occasione preziosa anche per i volontari, per creare dei momenti di relazione con gli ospiti, favoriti da un fare comune che crea vicinanza e condivisione. Si tratta di un percorso di aggregazione ma, al tempo stesso, vengono stimolate la collaborazione all’interno del gruppo e la costanza nel portare a termine degli impegni.

In questi mesi proprio noi volontari abbiamo avuto modo di osservare da vicino quanto, per alcuni partecipanti al laboratorio, l’atto creativo del modellare, di imprimere un proprio segno personale sulla materia prima, permetta ad alcuni di diventare più attivi e consapevoli delle proprie capacità.

Iniziare questo percorso ha rappresentato subito una grossa sfida; esattamente come la materia prima che viene utilizzata, ha richiesto pazienza ed impegno prima di prendere la forma desiderata ed ha rappresentato motivo di grande orgoglio per tutti noi.

E’ stato un modo per toccare realmente con mano la possibilità di poter creare insieme qualcosa di bello che rappresenti chi siamo, quale il nostro lavoro e il nostro centro “La Bussola”.

Percorsi occupazionali e nuove opportunità.

S. ha 37 anni, viene dalla Nigeria e ha 3 figli. Da due anni il padre dei bambini non è più presente nella vita della famiglia. S. è in Italia dal 2001 e ha lavorato come cameriera ai piani e collaboratrice domestica. Da fine 2018 è inserita al’interno del Laboratorio Occupazionale Protetto gestito dalla Cooperativa Gruppo R con gli obiettivi di migliorare la lingua italiana e reinserirsi nel mondo del lavoro, tenendo in considerazione le attitudini e le poche esperienze pregresse. Dall’inizio dell’inserimento ad oggi S. ha svolto attività di assemblaggio e ha partecipato a corsi di formazione quali il corso di italiano, addetta alle pulizie, sicurezza, e a momenti individuali, utili per poterle fornire tutti quegli strumenti indispensabili per un nuovo inserimento lavorativo nel mercato del lavoro. Con gli operatori ha steso un nuovo cv, ha svolto role playing di colloqui di lavoro, ha approfondito i pre-requisiti richiesti dal mondo del lavoro in Italia. S. ha dimostrato motivazione, impegno e voglia di rimettersi in gioco e l’equipe del Laboratorio Occupazionale Protetto ha preso contatti con una cooperativa che gestisce dei b&b a Padova e ha accompagnata S. a fare un colloquio conoscitivo. Da settembre inizierà un tirocinio come addetta alle pulizie per sei mesi.

Ha concluso in questi giorni il suo progetto e ha lasciato un messaggio agli operatori del servizio.

“Ciao Gruppo R, scrivo per salutarvi e ringraziarvi. Mi è piaciuto tanto lavorare con voi e voglio ringraziarvi per tutto ciò che avete creato. Siete stati sempre gentili con me e non mi avete mai fatto sentire con un colore della pelle diverso. Per voi siamo tutti uguali. Ogni mattina al mio arrivo mi salutate e scherzate con me. Mi assegnate un lavoro, preoccupandovi sempre che sia adatto a me, chiedendomi se lo sento adatto o sia troppo difficile. Se sbaglio nessuno urla; solo correzioni e aiuti per lavorare correttamente.

Voglio ringraziare Alberto, Carlo, Andrea, Angela, Fabio e Michela ora che ho concluso il mio percorso. Mi mancherete tantissimo. Vi ringrazio anche perchè mi avete aiutato a cercare e trovare un nuovo lavoro, che mi piace moltissimo.

Vi bacio”

Il Progetto MakeEat alla Bussola

La scorsa settimana si è conclusa un’esperienza di volontariato nel nostro centro diurno La Bussola. La nostra volontaria, Anne, arrivata dalla Germania, ha deciso di aderire ad un progetto sul consumo responsabile promosso dall’associazione AIESEC, restando con noi per sei settimane. Ospitata da un altro nostro volontario per questo periodo in Italia, ha trascorso questi giorni entrando nel nostro centro, scoprendo le attività e le storie degli ospiti, incuriosendosi sulla nostra raccolta di eccedenze e ridistribuzione.

“Ciao a tutti, my name is Anna, I´m from Germany and I worked at la Bussola for six weeks. I took part in the project MakeEat and educated others and myself about responsible consumption.
During my first week at la Bussola I was showed around and worked side by side with my other co-workers who helped me to get to know how things work and what I needed to take care of. I got to know the guests at la Bussola and quickly understood what my tasks were and which rules I had to follow. Everyone welcomed me and was happy to see me. On Thursday I had my first English lesson with the guests. I was very excited, but also a bit nervous to see who world come to participate.
Everything worked out fine and I really enjoyed doing English lessons as the weeks went by.
By week two I started to go to the supermarket and different schools in the city to collect leftover food. We collected foods from the supermarket where the expiry date already went by or leftovers from the school mensa. I really enjoyed going around the city collecting food from different places and seeing that the food is being used again and does not go to waste. To me this now has become even more important because I got to see how much food we were collecting. Some days we brought the food that we could not use, because it was too much, to a place called popular kitchen. There it was distributed to other people in need again.
As the weeks passed by, I enjoyed getting to know the people and their stories. One of my favourite things about la Bussola is the laboratory, where people work with clay and craft different things. We designed our own necklaces, earrings and also created bowls and cups from clay. People enjoyed being creative and use their hands to create things.
At last I would like to thank everyone who made it possible for me to work at la Bussola and everyone who helped me to get to know this place. I enjoyed being part of this group and being able to give back something to people. Responsible consumption is a very important aspect in our everyday life and everyone should be aware of it. Grazie mille!”

Ciao a tutti, Mi chiamo Anna, sono tedesca e ho prestato servizio alla Bussola per sei settimane. Ho preso parte al progetto MakeEat per formarmi e formare altri sul consumo responsabile.
Durante la mia prima settimana alla Bussola mi sono guardata intorno e ho lavorato fianco a fianco con gli operatori che mi hanno aiutata a capire come funzionano le cose e di cosa dovevo occuparmi. Ho conosciuto gli ospiti della Bussola e ho capito velocemente quali fossero i miei compiti e quali regole dovevo seguire. Tutti mi hanno accolto ed sembravano felici di vedermi.
Giovedì ho avuto la mia prima lezione di inglese con gli ospiti. Ero molto emozionata, ma anche un po’ nervosa nel scoprire chi fossero i partecipanti. Tutto ha funzionato bene e mi è davvero piaciuto tenere le lezioni di inglese con il passare delle settimane. La seconda settimana ho iniziato ad andare al supermercato e in diverse scuole della città per raccogliere il cibo in eccesso. Recuperavamo gli alimenti in scadenza al supermercato e le eccedenze delle mense scolastiche. Mi è davvero piaciuto andare in giro per la città a recuperare cibo in luoghi diversi e vedere che il cibo viene riutilizzato e non va sprecato.
Per me questo ha preso ancora maggiore importanza vedendo le quantità di cibo che recuperavamo. Alcuni giorni abbiamo portato il cibo che non potevamo usare, perché troppo, in un posto chiamato Cucina Popolare. Lì, è stato nuovamente distribuito ad altre persone bisognose.
Con il passare delle settimane, mi è piaciuto conoscere le persone e le loro storie. Una delle cose che preferisco della Bussola è il laboratorio, dove le persone lavorano con l’argilla e creano cose diverse. Abbiamo progettato le nostre collane, orecchini e creato anche ciotole e tazze di argilla. Alle persone piaceva essere creativi e usare le mani per realizzare oggetti.
Concludendo, vorrei ringraziare tutti quelli che mi hanno permesso di lavorare alla Bussola e tutti quelli che mi hanno aiutato a conoscere questo posto. Mi è piaciuto far parte di questo gruppo ed essere in grado di restituire qualcosa alle persone. Il consumo responsabile è un aspetto molto importante nella nostra vita quotidiana e tutti dovrebbero esserne consapevoli.
Grazie mille
!”

Verso un’alternativa

Che forma potrà avere un gruppo di uomini che si incontra una volta a settimana, per un anno, a discutere dei comportamenti violenti agiti contro la propria compagna o moglie?
Questa era una delle tante domande che affollavano la mia mente tre anni fa, quando ho iniziato a condurre con Antonio il mio primo gruppo per autori di violenza domestica.
Con il tempo e l’esperienza ho capito che ogni gruppo assume una forma propria, irripetibile e mutevole a seconda delle fasi che attraversa e delle storie degli uomini che lo compongono. La rigidità un po’ imbarazzata dei primi incontri, la diffidenza, la negazione e minimizzazione spesso ostinata della violenza, l’espulsione della responsabilità verso qualsiasi cosa purché esterna: le “provocazioni” della donna, l’alcol, i problemi sul lavoro, il carattere. Tutto questo può lasciare spazio, attraverso piccoli, lentissimi passi, alla condivisione.
Tutti gli uomini che incontro nei gruppi hanno pochissime, scarne esperienze di condivisione autentica.
Con la partner, con gli amici, anche più stretti, con i genitori.
Le loro storie raccontano di una incapacità di comprendere, esprimere e condividere emozioni e sentimenti, innanzitutto propri, e di conseguenza anche altrui.
È quindi un punto centrale del percorso che compiamo insieme a loro: stimolarli ad acquisire una capacità di ascolto, riconoscimento ed espressione delle proprie sensazioni, emozioni, sentimenti.
E’ un passaggio fondamentale per questi uomini imparare a nominare ciò che sentono, invece che agirlo attraverso l’atto di violenza.
Imparare a nominare anche la violenza stessa. Chiamarla esattamente così, per ciò che è; nuda, senza sconti.
Una delle prime sessioni del programma di gruppo prevede la lettura ad alta voce e la spiegazione – tramite esempi concreti – delle diverse tipologie di violenza (fisica, psicologica, sessuale, economica).
Un elenco impietoso, che muove negli uomini reazioni differenti: negazione, rabbia, distanziamento paternalistico come quei “Si va beh, io le ho solo dato una sberla, mica l’ho picchiata”.
Quando, però, vengono chiamati a ripercorrere, una per una, tutte le voci di quell’elenco e condividere con il gruppo le azioni di cui si sono resi responsabili in prima persona, le manovre di minimizzazione si fanno meno granitiche, cominciano a sfaldarsi. In quel momento l’uomo è, spesso per la prima volta, costretto a nominare la violenza che ha agito, guardandosi attraverso lo specchio del gruppo, senza molte possibilità di fuga.
Si ritrova faccia a faccia con i comportamenti, le parole, i silenzi, e la sofferenza che ha provocato. Volontariamente provocato.
Spesso questo rappresenta un primo varco di accesso in direzione del cambiamento: rendersi “responsabili” di quei comportamenti violenti, agiti contro la propria compagna e spesso assistiti dai figli e dalle figlie.
Assumersi la responsabilità delle proprie azioni significa smettere di nascondersi dietro giustificazioni esterne, rimanere da soli a reggere il peso di ciò che si ha agito, ed accettarne le conseguenze. Siano esse giuridiche, relazionali, affettive.

Qualche settimana fa un uomo, giunto quasi al termine del percorso di gruppo, ha condiviso come sia stato difficile, ma al contempo illuminante, rendersi conto che i comportamenti violenti che aveva in passato agito non erano stati determinati dall’utilizzo di alcol, cosa di cui per molto tempo si era convinto.

“Perché vuol dire che se non era per quello…. allora sei proprio tu….”.

Camminare accanto, insieme a degli uomini che hanno agito violenza nei confronti di una compagna, è per me, che sono psicologa e donna, tortuoso e non esente da frustrazioni e dubbi.
Fondamentale, almeno per me, è tenere sempre a mente l’obiettivo principe del nostro servizio: contribuire, nei limiti – seppur rigorosi – della nostra professionalità, ad aprire nuove possibilità di scelta per questi uomini, aiutarli nel lavoro maieutico di inventare alternative all’umiliazione, al potere, al controllo.
Affinché le donne, i bambini e le bambine vittime della loro violenza possano sempre più vedersi restituita la libertà di cui hanno diritto.