#25Novembre tutti i giorni.

Quest’anno, il mio 25 Novembre è iniziato nel peggiore dei modi. Una delle prime notizie della giornata è stata che una donna, qui in provincia di Padova, è stata uccisa da suo marito, e poco dopo un’altra a Catanzaro… il giorno dopo un’altra a Pordenone. Cosa sono le cifre e le statistiche di fronte a queste tragedie che toccano così da vicino? Che cosa sono le strisce rosse sulle guance della serie A, le scarpe rosse sulle locandine, gli appelli allo stop sulla violenza sulle donne nei profili Facebook o le poesie che passano su WhatsApp? Sono tutti pallidi messaggi per ricordare una lotta che sembra non avere fine.

Sia chiaro, il mio intento non è quello di sminuire iniziative di sensibilizzazione: noi stessi ne facciamo parte, io per prima. Come operatrice dell’antiviolenza, sono coinvolta e promotrice di campagne di divulgazione di questo triste fenomeno, ma, purtroppo, agli occhi di chi tratta la violenza tutti i giorni, le manifestazioni del 25 Novembre rischiano a volte, e soprattutto in questo 25 Novembre, di apparire come una retorica frustrante, seppur significativa, per smuovere, forse, le coscienze e le riflessioni di alcune persone. Ma è tutto così sfuggente e effimero…che la morte di un calciatore oscura tutto il resto, mette in secondo, ma anche forse terzo e quarto piano la giornata internazionale contro la violenza sulle donne e poi via, se ne riparlerà
l’anno prossimo.

Le operatrici antiviolenza, però, lo sanno che le donne subiscono tutti i giorni, anche a Natale, a Capodanno, il 15 Agosto e nei weekend. Lo abbiamo visto bene durante il lockdown, quando la costrizione di rimanere a casa dovuta alla pandemia, ha registrato il 119% di chiamate in più al 1522 rispetto allo scorso anno nello stesso periodo. Vuol dire che hanno chiesto aiuto 15.000 donne. Un numero impressionante. Soprattutto se si pensa a tutte quelle donne che non hanno invece preso in mano il telefono perché controllate, spaventate o forse ancora ignare della possibilità di rivolgersi a centri specializzati.

Il femminicidio non è un’emergenza, la violenza di genere non è un problema privato di alcune famiglie, di alcune culture, di certi ceti sociale. L’omicida non è preso da un raptus di gelosia, la donna non è ambigua se ritira la denuncia, l’uomo non era sconvolto perché non accettava la separazione. Basta con queste
parole che vanno a giustificare la violenza, a minimizzarne alcune sue forme. Per non parlare delle pubblicità e il linguaggio sessista che quotidianamente troviamo in alcune trasmissioni e alcuni spot che inneggiano al corpo della donna come oggetto di bellezza e piacere. Alle volte è tutto troppo pesante da digerire.


Educhiamo i nostri figli maschi per non dover proteggere le nostre figlie femmine.

Forse è un articolo polemico, può darsi, di solito non è il mio stile, ma credo sia giusto portare alla luce anche il vissuto di un’operatrice, che vede le sue colleghe della Casa Rifugio e del centro antiviolenza lavorare ogni giorno con passione e tenacia insieme alle donne che Gruppo R segue nei loro percorsi di uscita dalla violenza. La stessa cosa vale per i miei colleghi e colleghe che lavorano con gli uomini che agiscono violenza nelle relazioni affettive, perché stanno alla base del problema, ne sentono la portata, la drammaticità e lavorano con i maltrattanti per proteggere le donne e i bambini.
E a proposito di bambini…possiamo dimenticare i bambini e le bambine vittime di violenza assistita, ma ancor peggio (se c’è qualcosa di peggio), quelli che rimangono soli perché padre in carcere e mamma uccisa? In Italia dal 2000 al 2014 si contano 1.600 orfani speciali. Considerando il numero di femminicidi avvenuti ogni anno, il numero potrebbe essere oggi superiore a duemila, ma i dati non sono aggiornati.

E allora, se all’inizio sono partita pensando ad Aysha, a Loredana e Aurelia … che non ci sono più, voglio concludere pensando a Simona, Eugenia, Laura, Monica, Pamela, Nadia, Karin e molte altre, che invece ora sono libere.

Alice Zorzan, Responsabile dell’area ‘Contrasto alla violenza di genere’ e Vice Presidente della Coop. Soc. Gruppo R.

Anche #gruppornontratta

Il 18 ottobre è stata la quattordicesima giornata europea contro la tratta di esseri umani. Questa giornata nasce nei primi anni duemila per mano della Commissione europea con l’obiettivo di sensibilizzare la cittadinanza in merito al fenomeno del traffico e del grave sfruttamento di esseri umani, nonché per far conoscere le realtà attive nel territorio atte a contrastare questo fenomeno e offrire una via altra alle persone che ne sono vittime. 

Nel nostro territorio è attivo il Progetto N.A.Ve, acronimo di Network Antitratta del Veneto, il quale segue le persone vittime di tratta e grave sfruttamento sin dal primo contatto e dall’emersione, fino all’inserimento socio-lavorativo e all’inclusione. La nostra cooperativa è parte di questo progetto e si inserisce nella rete di realtà che collaborano a livello regionale, seguendo la fase di accoglienza in seguito all’emersione da una condizione di grave sfruttamento. In particolare, Gruppo R segue un appartamento che accoglie cinque uomini emersi da condizioni di grave sfruttamento lavorativo con l’obiettivo di creare percorsi positivi di inclusione socio-lavorativa nel territorio. Nel fare questo, i nostri operatori impostano un lavoro di costante collaborazione con numerosi enti del territorio per garantire la strutturazione di percorsi che accompagnino le persone sotto ogni punto di vista. Se, da una parte, si apre una collaborazione con i responsabili della presa in carico delle persone, dall’altra si procede alla creazione di una rete di imprese e aziende che si rendano disponibili ad accogliere le persone in un percorso di inserimento lavorativo che vede la sua origine nella programmazione di un tirocinio.

I nostri ragazzi sono quindi accompagnati sia per quanto riguarda la regolarizzazione nel territorio, tramite l’ottenimento di un permesso di soggiorno, sia per quanto riguarda il loro percorso di inclusione tramite la partecipazione e la frequenza a corsi di lingua italiana e la ricerca lavorativa. L’équipe di operatori diventa quindi uno strumento di affiancamento e confronto costante per i ragazzi accolti, i quali possono, in questo tipo di progettualità, riprendere in mano la loro vita, libera da qualsiasi forma di coercizione e sfruttamento.

Il progetto N.A.Ve è un progetto multidisciplinare e multiprofessionale che vede il coinvolgimento di assistenti sociali, operatori territoriali per l’emersione, mediatori culturali, operatori dell’accoglienza, operatori legali e molti altri ancora e, proprio grazie a questa sua multiprofessionalità, riesce a creare percorsi ben strutturati ma anche personalizzati per ciascun individuo. È un progetto che, oltre a garantire percorsi concreti alla persone che emergono da situazioni complesse e di grave violazione dei diritti umani e fondamentali, cerca sempre di analizzare il fenomeno per poter garantire un luogo sicuro a ciascuna persona vittima di tratta e sfruttamento, in qualsiasi forma essa sia.

La giornata del 18 ottobre ci vuole ricordare proprio questo. Sono molte le situazioni di sfruttamento e violenza che attraversano il nostro territorio, dallo sfruttamento sessuale a quello lavorativo, dall’accattonaggio forzato alle attività illegali forzate. Sono anche molte, però, le realtà che lavorano per far sì che le persone che si trovano in queste circostanze, possano uscire da questi circuiti e ritrovare una propria dimensione di libertà e di vita. Noi, con il nostro accompagnamento in fase di accoglienza, contribuiamo a questo lavoro e cerchiamo di ricordare sempre a noi e a chi ci circonda che anche #padovanontratta.

Condividiamo di seguito un video preparato per questa importante giornata che attraverso gli operatori e i loro sorrisi raccontano questo progetto.

#padovanontratta

Servizio civile? Allenamento costante!!

Il Servizio Civile è un’opportunità per i giovani dai 18 ai 28 anni di dedicare 12 mesi della propria vita a favore di un impegno solidaristico inteso come impegno per il bene di tutti e di ciascuno e quindi come valore di coesione sociale. Garantisce ai giovani una forte valenza educativa e formativa, un’ importante e spesso unica occasione di crescita personale e un’ opportunità di educazione alla cittadinanza attiva.
Chi sceglie di impegnarsi per dodici mesi nel Servizio Civile sceglie di aggiungere un’esperienza qualificante al proprio bagaglio di conoscenze.

Ecco di seguito l’esperienza di Rosaria: volontaria in Servizio Civile da qualche mese presso il Laboratorio Occupazionale Protetto di Gruppo R.

Due parole per raccontare il mio servizio civile universale in corso …

E’ iniziato ad aprile 2020 interrompendo la mia “clausura” imposta dal coronavirus. Iniziare l’esperienza di servizio civile è stata un’opportunità per poter essere impegnata e produttiva in un momento in cui un senso di piattezza e monotonia aveva pressoché invaso il pianeta.

Le attività che svolgo in cooperativa riguardano l’assistenza al corso di italiano che è destinato alle/agli utenti straniere/i che frequentano il lop (laboratorio occupazionale protetto); stesura di schede tecniche per il corso di sartoria in cui sono coinvolte le utenti; assistenza nell’attività di sanificazione durante il turno in mensa e svolgimento di attività di assemblaggio assieme alle/agli utenti.

Sono trascorsi cinque mesi da quando ho iniziato il mio servizio civile e questo tempo mi ha permesso di conoscere ed essere parte attiva della cooperazione, io ho imparato a combinare il mio servizio di volontariato con i miei impegni universitari; questo mi ha catapultato più velocemente nel mondo delle persone adulte dove la coesistenza di più responsabilità è una realtà inevitabile.

Questa esperienza è un allenamento costante, intenso e soprattutto arricchente per la mia persona; sto sperimentando e costruendo importanti legami con le persone; sono persone nuove che con il tempo stanno diventando parte della mia vita, le cui parole si stanno trasformando in patrimoni profondi per me. Molti sono i momenti in cui chiacchiero con le/gli utenti, si tratta di belle occasioni di confronto e di ritrovo fra i miei pensieri e i loro, alcune volte distanti mentre in altre volte vicini.

Rosaria

Alta Formazione: camminare, partecipare, esserci.

Abbiamo chiesto ad un collega e socio della nostra cooperativa, Carlo, di raccontarci il suo percorso di Alta Formazione: un percorso promosso dal nostro gruppo, Gruppo Polis, della durata di tre anni, che si pone l’obiettivo di costruire un sistema cooperativo consapevole che sappia costruire la propria azione imprenditoriale partendo da tratti essenziali di inclusività e condivisione, generative di nuove forme di
collaborazione e partnership strategiche sempre più forti.

A Giugno si è concluso il primo anno, tra incontri in presenza e incontri online e abbiamo pensato di lasciar voce alla sua esperienza, alle motivazioni e alle riflessioni su questo percorso.

“Sono molti gli aspetti che possono portare una persona a scegliere di lavorare nel mondo della cooperazione sociale. Sicuramente la spinta ideale, un ambiente stimolante, il piacere di un luogo di lavoro dove l’uomo è messo al centro, la possibilità di essere un cooperatore e quindi un protagonista attivo del proprio lavoro. A rendere tutto questo possibile c’è la formazione: mi richiama alla mente qualcosa che è sempre in divenire, sempre in crescita, in contrapposizione a qualcosa di statico, di “fatto”. Questa idea di non essere mai “arrivati” ma di poter sempre fare un passo avanti rende il nostro lavoro di cooperatori speciale e sempre nuovo. Mi ricorda anche gli sport di squadra (la formazione che scende in campo), perché è anche un modo per fare gruppo tra i colleghi, creare equipe, confrontarsi e sintonizzarsi sui valori, sulle idee, sulle prospettive per affrontare insieme le varie sfide lavorative. 

Quando è arrivata la proposta di partecipare ad una formazione di ampio respiro, distribuita su tre anni, di alto livello per approfondire le tematiche che direttamente o indirettamente investono il mio lavoro, accettare mi è venuto naturale. Ovviamente non è una passeggiata, si tratta di un sabato mattina al mese da dedicare, e questo tempo va trovato in mezzo ai mille impegni che ogni famiglia deve coordinare. Per fortuna questa mia idea di cooperazione è condivisa ampiamente con mia moglie che ha subito confermato la mia scelta.

Il programma è corposo, i docenti importanti, non mi dilungo sui dettagli rispetto ai contenuti ma voglio sottolineare che, anche solo progettare questo percorso, ha sicuramente richiesto energie e lavoro, segno di come tutto il Gruppo Polis veda nello strumento della formazione un investimento importante. Anche questo diventa stimolo per affrontare il percorso. 

Per raccontare questo primo anno mi soffermerei sul primo incontro di questo percorso, a Novembre 2019. Appena arrivati ho visto subito che eravamo in tanti a partecipare e già questo mi ha trasmesso il valore del progetto. L’accoglienza non si è limitata alla sola firma, alla cartellina di benvenuto ma è stato un vero e proprio momento di incontro davanti a caffè e brioches, un piacevole inizio. E’ stato un piacere incontrare tanti volti conosciuti e ma anche conoscere nuove persone. L’ incontro si è svolto con la partecipazione di tutti, con domande e osservazioni, bello vedere tanto entusiasmo.

Negli incontri successivi è cambiato il tema, sono cambiati i contenuti e i relatori ma non la sensazione di far parte di un gruppo che ha voglia di lavorare insieme, che mi ha accompagnato per tutto questo primo anno. Il lockdown poi ci ha costretto a proseguire gli incontri da casa in video, perdendo così la bellezza del vedersi tutti insieme. Ma aspettiamo di poter riprendere presto!

Cos’è stata quindi l’Alta Formazione per me in questo primo anno? Possibilità di camminare assieme, partecipare, esserci.”

LOP Orto, l’inclusione sociale che passa per il campo

“LOP” sta per “Laboratorio Occupazionale Protetto”, ed è un luogo che accoglie persone in situazione di fragilità sociale ed economica inviate dal Comune di Padova. Per ogni persona inserita viene predisposto un progetto individuale, che a partire dalla situazione osservata determina alcuni obiettivi che nel periodo di permanenza vengono perseguiti con diverse azioni a supporto.

È un servizio che esiste da molti anni, e che dal 2019, nel rispondere al nuovo bando del Comune di Padova, si è rinnovato diversificando le opportunità di inclusione sociale offerte agli utenti. Uno dei principali cambiamenti è stato la differenziazione dell’attività occupazionale introducendo, accanto allo storico laboratorio di assemblaggio, un laboratorio di sartoria e un laboratorio di orticoltura biologica.

Gli utenti oggi inseriti, quindi, dopo un primo mese di valutazione che viene sempre svolto nel LOP assemblaggio, possono essere inseriti, in base agli obiettivi del loro progetto, anche negli altri due laboratori, oltre che nelle diverse attività formative che si svolgono.

Il laboratorio di sartoria ha sede al primo piano della nostra sede di via Manin a Vigodarzere mentre quello di orticoltura si svolge presso la Fattoria Sociale di Polis Nova, in via Due Palazzi a Padova.

Da quando esiste, il Laboratorio di Orticoltura ha accolto 11 utenti, offrendo attività occupazionali che consentono l’acquisizione di competenze in ambito agricolo, di abilità manuali specifiche e lo sperimentare un ritmo e un contesto occupazionale diverso dagli altri laboratori. Questi obiettivi sono perseguiti attraverso lo svolgimento di diverse attività.

Tre persone che attualmente lo frequentano, ci hanno raccontato la loro esperienza al LOP Orto, tra attività nuove, difficoltà e soddisfazioni.

LE ATTIVITÀ

V: Abbiamo iniziato a frequentare il LOP orto il 3 maggio, appena è stato possibile dopo la pausa forzata legata al lockdown. Andiamo in orto 2 volte alla settimana, il mercoledì e il giovedì, tutto il giorno.

G: Le attività che svolgiamo in LOP ORTO sono diverse e cambiano a seconda della stagione. Per esempio, a maggio ho raccolto le fragole e in questo periodo le tegoline. Le attività di raccolta hanno riguardato anche le angurie, i meloni, le zucchine e le patate. Oltre alla raccolta mi sono occupato anche di posizionare i teli nelle serre in modo da coprire alcune piante e proteggerle dalle grandinate estive. Mi occupo anche di annaffiare e di coprire alcune parti dell’orto con della paglia per evitare che crescano le erbacce. Ho preparato anche le cassette di verdura da consegnare nel negozio bio Fuori di Campo. Ho svolto anche delle attività con l’uso della piantatrice, della seminatrice e del decespugliatore.

R: Ho accettato di voler andare in orto con molto entusiasmo perché si trattava di un’attività all’aria aperta, e anche perché, non avendo mai lavorato in un orto, mi incuriosiva l’idea di provare qualcosa di nuovo

LE DIFFICOLTÀ

V: Ho accettato di frequentare l’orto perché avevo già lavorato negli orti e mi era piaciuto molto e perché possedevo già delle conoscenze per compiere attività di orticoltura, seppur fosse passato tanto tempo dalle esperienze che avevo fatto in questo ambito.

V: L’unica difficoltà che ho incontrato fino ad ora è il caldo, perché la maggior parte delle attività le svolgiamo all’aria aperta e in questo periodo le temperature sono molto alte, quindi la stanchezza e la fatica si fanno sentire. Il primo giorno è stato molto faticoso perché mi sono buttato a capofitto a lavorare per il grande entusiasmo però il caldo è stato sfiancante perché mi trovavo in serra e quindi sono dovuto uscire. Dalla volta successiva ho cercato di lavorare in modo cauto facendo delle pause.

R: La mia difficoltà è stata dover imparare a conoscere le piante e anche a non distruggerle perché non avevo nessuna conoscenza a riguardo. Prima di iniziare a lavorare in orto non sapevo distinguere le piante tra loro, per me erano tutte erbacce. Mangiavo solo patate, pomodori e cipolle mentre adesso ho iniziato a mangiare nuove verdure.

LE SODDISFAZIONI

V: Mi piace poter trascorrere molto tempo nella natura, perché mi sento bene e sento la libertà. Usare il decespugliatore mi ha reso molto soddisfatto di me perché l’ho utilizzato in modo professionale.

G: Sono molto soddisfatto di aver dentro di me nuove conoscenze e usare il decespugliatore mi ha reso molto entusiasta perché è stata la prima volta che ho lavorato con un attrezzo.

R: Quello che mi rende molto soddisfatto è vedere la sera il mio lavoro finito, come quando ho raccolto assieme agli altri 10 quintali di patate e le abbiamo riposte nelle cassette da portare nel negozio. Mi piace moltissimo anche il momento del pranzo perché socializziamo e stiamo all’aria aperta. Prima dell’esperienza nel LOP ORTO non avevo mai lavorato in mezzo ai campi quindi non ho mai cercato lavoro in questo ambito. Mi piacerebbe riuscire a trovare un lavoro in un orto perché ho imparato molto, anche grazie al corso di formazione sull’utilizzo del decespugliatore.

E’ possibile.

Sono E., una donna venezuelana di 43 anni. Ho due figlie, di 20 e 4 anni, e vivo in Italia dal 1997. 

Il 25 Maggio 2020, sono uscita da Casa Viola, dopo 14 mesi di accoglienza. Sono arrivata qui dopo una convivenza finita molto male con il padre di mia figlia più piccola. Un anno fa mi sono trovata per strada, inseguita, spaventata e molto disorientata. 

Oggi sto bene finalmente! Le mie figlie stanno bene, siamo tranquille, serene e con un futuro davanti. La fine di un incubo e l’inizio una nuova vita.

“Benvenuta ad una nuova vita” sono state le parole dell’educatrice quando mi aprì la porta di CASA VIOLA, non mi sembrava vero! Era marzo 2019. Finalmente un posto dove poter stare con le mie figlie, riunite: poter cucinare per loro e dormire tranquille senza dover fare le valige ogni mattina, cambiando albergo continuamente, come facevo da un mese, appena scappata di casa con mia figlia più piccola, con i soldi che diminuivano e finivano di giorno in giorno e il terrore che lui mi trovasse fuori per aggredirmi. Avrei voluto scappare lontano ma non potevo “sequestrare” sua figlia, come diceva lui; perciò la portavo ogni giorno a scuola, cosi si arrabbiava un po’ meno,  ma il pericolo era proprio anche in quella situazione, ogni volta che lo incontravo. Chiedevo così aiuto ad un mio nipote o a mia figlia più grande per questi accompagnamenti ma non sempre era possibile. Era inevitabile incontralo e sentire le sue minacce e così cercavo posti pieni di gente, per sentirmi più al sicuro.

Famiglia non ne ho, tranne questo mio giovane nipote. Amici e vicini non mi aiutavano, non volevano problemi. Sapevano, sentivano ma cosa potevano fare? 

Cercavo aiuto da anni senza risultato. Forse non ero credibile, o forse non sembravo una donna debole, che potesse avere bisogno di aiuto.

Denunciare? Che paura! Significa dichiarare guerra, io che non sono capace di difendermi e subisco violenza senza capirne il reale motivo, senza fare niente, figuriamoci cosa accadrebbe se lo denunciassi? Questo ciò che pensavo. Come posso affrontare una guerra senza armi di difesa? L’unica arma che ho è denunciare? Avevo chiesto in passato al Centro Antiviolenza: dopo che lo denuncio come torno a casa? dove vado? avete un posto per noi?  Avevo paura e allora lasciavo perdere i pugni, le offese e le minacce e restavo a casa “dell’orco”, comportandomi bene, fino alla volta successiva.

Arriva però un altro fine settimana di alcool, mia figlia più grande non mi rispettava più, vedeva come lo servivo e lo veneravo, avendo i lividi. Pensava fossi masochista, ma io non lo sono. Per niente. Ero solo dipendente economicamente, oltre al fatto che lui era più forte di me con i pugni e da lui non sentivo di poter scappare. 

Un giorno le minacce si fecero più terribili: mi promise che mi avrebbe dato fuoco, come a quella donna calabrese bruciata nella macchina di cui si parlava in quel periodo. Seguivo la cronaca e queste notizie mi spaventavano moltissimo, mi chiedevo se sarei stata la prossima. Andai dall’assistente sociale che mi ascoltò, non potevo più rischiare e mi sono detta che se proprio avessi dovuto morire almeno i carabinieri lo avrebbero saputo prima. 

Il giorno dopo mi fissarono un incontro ai servizi sociali. Mi aspettava l’operatrice del CAV e l’educatrice di una casa di accoglienza, Casa Viola.  Stavano lì per me, erano venute a prendermi.

Inizia così il mio percorso, al centro di una rete di servizi che hanno operato al meglio tra loro per la mia sicurezza e il benessere mio e delle mie figlie, per rendermi una persona più sicura e autosufficiente. Questo percorso è stato graduale e mi sono sentita sicura e fiduciosa, ero nelle mani di professionisti.

Mi vennero spiegate le regole di Casa Viola per una sana convivenza, per la mia sicurezza, e per poter interagire con le educatrici e gli altri servizi. Al mio arrivo ero molto dispiaciuta per aver tolto la bambina dalla sua scuola materna, era la cosa che mi aveva frenata in tante occasioni, provavo “pena” per lei. L’avevo già portata via da casa e da suo padre, dalle sue amiche e dalle maestre. Ho pianto tantissimo.

Poi mi hanno suggerito di non rispondere più al telefono e questa è stata la prima grande liberazione. Che sensazione di tranquillità non dover più sentire le sue minacce e le sue offese! Fu il mio primo traguardo. Dovevo solo occuparmi di me, stavo sempre meglio, e per di più non dovevo preoccuparmi del vitto e dell’alloggio. Mi sono riposata un po’ la mente.

Nella seconda fase ho iniziato a interagire con tutta la rete: Centro Antiviolenza, Consultorio Familiare, educatrici di Casa viola e gli educatori delle visite protette. La mia bambina vedeva infatti il padre, in luogo protetto. Ero contenta di questo. L’educatrice mi aiutava a programmare la mia quotidianità, il mio calendario, giorno per giorno con tanti appuntamenti, facendo “il punto della situazione” e, confrontandomi  con lei, valutavamo come stavo e le mie impressioni.

A metà aprile 2019 la mia piccola viene ammessa alla scuola materna del nuovo quartiere in cui abitiamo.  E’ un bellissimo ambiente e le maestre sono brave! Mi rendo conto che aver lasciato la scuola a metà anno scolastico non è stata poi la fine del mondo. Adesso posso pensare a prepararmi per il nostro futuro, a trovare un lavoretto nel frattempo e cercare con l’educatrice un bel corso di contabilità, base e avanzata, che mi permetta poi di inserirmi meglio nel mondo del lavoro. Perché prima di questa relazione avevo sempre lavorato, ero stata anche imprenditrice. Abbiamo trovato il corso ma non era semplice far coincidere gli orari con la gestione della bambina. Con l’aiuto dell’educatrice e di una volontaria di servizio civile, che è stata molto importante, abbiamo risolto anche questo!

E poi arriva un’altra notizia: le educatrici di Casa Viola hanno trovato un’azienda disponibile a farmi fare un bellissimo tirocinio post-corso. Un nuovo inizio. 

Mia figlia più grande termina il liceo, fa la maturità  e deve lasciare la stanza per studenti dove abita. E’ sola,  quindi chiedo all’assistente sociale di permettermi di tenerla in Casa Viola con me. Anche lei aveva assistito più volte alle violenze e se ne era andata di casa anche per questo. Comprendendo le mie preoccupazioni, viene a stare con noi. Casa Viola costruì anche per lei un bellissimo progetto: trova un lavoretto serale in un ristorante vicino e inizia a riprendere anche lei fiducia nel futuro. L’assistente sociale le propone un corso per un inserimento lavorativo per giovani, che poi le offre un’opportunità di tirocinio come segretaria. Io nel fine settimana trovo lavoro in una pizzeria. 

Con un finanziamento regionale per donne vittime di violenza faccio un tirocinio retribuito, copro le spese di trasporto, il carburante  e inizio a fare il tirocinio della durata di sei mesi come segretaria amministrativa in un’azienda di catering. Mi piace moltissimo e sento che continuo a migliorare.

Inizia così la tanto attesa, fase di sgancio. Il finanziamento economico mi permette di firmare un contratto di affitto per un appartamento che ho trovato e di comprare del nuovo mobilio.

Sono un pò preoccupata, non so bene cosa mi riservi il futuro ma sicuramente posso ripartire, più forte, con le mie figlie, insieme per riscrivere una nuova storia.

Percorso di innovazione: un “gestionale” in Remix.

La nostra cooperativa è composta dalla parte A, servizi socio-assistenziali, e dalla parte B, che comprende attività produttive finalizzate all’inserimento nel mondo del lavoro delle persone in situazione di svantaggio.
Quest’area della cooperativa, Remix, rappresenta un pilastro per la nostra realtà e, in questo periodo, sta affrontando e ha affrontato diverse sfide; tra queste ha intrapreso un importante percorso di innovazione, con l’obiettivo di migliorare i processi produttivi ma anche arricchire ulteriormente le attività con nuove prospettive.
Il percorso ha richiesto e individuato nuove professionalità e nuove collaborazioni, tra cui anche un’ingegnere gestionale, Giorgia, che ha deciso di raccontarci la sua “scelta professionale” e il suo lavoro in Remix.


“Mi presento, sono Giorgia e sono un’ingegnere gestionale. Da Febbraio 2020 collaboro in Remix in un progetto di miglioramento dei processi produttivi.
Prima di arrivare qui, ho lavorato per aziende multinazionali ma, da tempo, stavo cercando una realtà diversa che desse un risvolto “maggiormente etico” alla mia professione. Vi dirò la verità: prima di Febbraio non conoscevo “Gruppo R”. Un giorno, prendendo un caffè alle macchinette, un mio ex collega mi ha detto che in questa cooperativa cercavano una figura gestionale per supportare un percorso di analisi dei problemi e di implementazione di contromisure sull’attuale processo di produzione.
Praticamente l’opportunità che stavo cercando.

Fare il gestionale all’interno di un realtà come una cooperativa, oltre all’aspetto etico, mi è sempre sembrata un’esperienza davvero innovativa e stimolante.
Si tratta di qualcosa che oggi non è ancora così diffuso tra quelli del mio “settore”. Tuttavia questa professione si presta molto bene, perché è una figura trasversale, che va a lavorare sui processi delle
aziende e sulle attività “a valore” e quelle “non a valore”, con una forte attenzione al modello organizzativo e alle persone; perché, come diceva un mio vecchio prof, “prima le persone, poi i processi e infine i risultati. Sono le persone che fanno i processi, le tecnologie, i prodotti e l’azienda stessa!”
Avere un’ “attitudine gestionale” ti porta a diventare maggiormente consapevole di come funzionino i flussi di lavoro, di materiali e di informazioni e apre lo sguardo a prospettive che mettono in discussione l’organizzazione stessa, la filiera, le procedure, gli strumenti e anche le competenze odierne.
Tornando a me, la possibilità di farlo in un contesto atipico rispetto al mio passato, mi spronava molto. Motivo per cui nel giro di due settimane, ho lasciato il vecchio lavoro e sono arrivata in Remix.
Questa esperienza si sta dimostrando un dare e avere: io cerco di portare quel che ho imparato, all’università prima e nei lavori precedenti poi, crescendo allo stesso tempo anche professionalmente.
Entrare nel mondo della cooperazione non solo ti permette di scardinare, attraverso la conoscenza, stereotipi che spesso vengono utilizzati per descrivere il sociale, le persone che ci lavorano e che lo
“abitano”, come le persone in situazione di svantaggio con cui anche Remix lavora, ma ti mette anche alla prova sulla capacità di creare squadra con persone che hanno davvero un percorso molto diverso dal tuo e di farlo in un contesto molto differente dalle multinazionali o aziende fortemente affermate nel mercato
produttivo.

Nel progetto di innovazione che sto seguendo in Remix, l’obiettivo è migliorare la qualità ed efficienza delle attuali linee di produzione al fine di incrementare il grado di occupabilità della cooperativa. Siamo ancora in una fase iniziale, dove lavoriamo per costruire processi, sistemi. E’ anche la fase più dura probabilmente ma
anche quella che ti dà maggiori soddisfazioni perché è lì che cresci davvero professionalmente e umanamente; perché è lì che devi relazionarti molto con le persone, inclusi partner esterni, fornitori e clienti, che possono anche non avere la tua stessa visione, i tuoi stessi obiettivi o la stessa lungimiranza. Per fare un esempio concreto, questa esperienza mi sta offrendo la possibilità di vedere il processo di produzione nella sua completa interezza e non a compartimenti stagni, cosa fondamentale per evitare di migliorare una parte del processo ma peggiorarne l’ efficienza, la qualità o i tempi di consegna dell’intera filiera di produzione. Per migliorare tutto il sistema devi, inoltre, comunicare correttamente con i tuoi clienti le necessità della produzione e mostrare il valore globale delle iniziative, non solo di un unico processo. Questo sguardo d’insieme è sicuramente una grande opportunità e un punto di forza.  

Nel concreto, assieme ai ragazzi in linea, stiamo analizzando e misurando le varie fasi di lavoro, facendoci supportare anche da un nuovo sistema informatico che registra i tempi di produzione e di fermo. Grazie a questo sistema riusciamo ad ottenere una maggiore chiarezza su quali siano le attività a valore da quelle non a valore, che indichiamo come “sprechi” (attese, rilavorazioni, spostamenti, scorte non necessarie..), individuando poi quali tra questi ultimi siano quelli più ingenti. Su alcuni di questi “sprechi” abbiamo provato ad implementare delle contromisure pilota che stiamo sperimentando, revisionando gli spazi del magazzino, creando re layout delle linee di produzione e lavorando sulla sistemazione delle procedure operative.
Siamo ancora all’inizio di questo percorso ma l’aspettativa e il mio obiettivo sono di avere presto linee e materiali organizzati in maniera più efficiente e chiara rispetto ai principali processi di produzione, in modo da poter ridurre gli sprechi per i lavoratori impegnati nel servizio e migliorare la qualità e l’efficienza del servizio stesso.”

La Bussola: tra distanze di sicurezza e prossimità sociale

Durante quest’emergenza sanitaria nel nostro centro diurno “La Bussola” non ci siamo mai fermati.

Questo Aprile 2020 è stato il mese del nostro 15esimo compleanno, ma anche un mese di grossi cambiamenti, domande, riorganizzazioni, chiusure anticipate e riaperture straordinarie.

Un mese di mascherine con meno sorrisi “a trentasei denti” ma di nuovi sorrisi luminosi trasmessi con gli occhi, un mese di metri di distanza ma di parole e battute che avvicinano, di routine sconvolte ma anche di nuovi equilibri ritrovati.

Un mese di distanza sociale, proprio quella distanza che in questi anni abbiamo cercato e cerchiamo di accorciare e combattere. Un’epidemia chiamata Covid19 invece ci ha costretti a chiedere di rispettarla, a tutti i costi.

Un periodo intenso che ci ha chiesto di continuare a metterci in campo per i nostri ospiti, cercando di renderli consapevoli e attenti nel tutelarsi e tutelare gli altri da una malattia sconosciuta e nuova, inserendo tante regole, a volte molto rigide, che hanno sicuramente cambiato aspetto al nostro centro, rendendolo più statico, meno empatico, soprattutto per chi lo vive tutti i giorni, ma sicuramente un luogo più sicuro per tutti. Abbiamo continuato a garantire pasti, docce e lavatrici che in questo momento si presentano mancanze ancora più gravi, abbiamo fatto caffè e distribuito dolcetti, abbiamo acceso la tv e intervallato Tg ad un po’ di musica che ci accompagnasse nella sanificazione degli spazi e rendesse le giornate più “leggere”.

Il tempo della nostra giornata viene scandito da alcune prassi quotidiane: l’entrata in struttura uno alla volta, il lavaggio attento delle mani, la distribuzione dei pasti ordinata e un po’ più lenta per garantire meno incontri possibili tra gli ospiti. E ancora: la prenotazione del caffè dal posto, l’avvicinarsi al “bar bianco” non superando la linea messa a terra per dare un chiaro “stop”, tante attività partecipative che ci rendevano tutti parte del centro sospese, in attesa di una ripresa.

Sono state settimane che ci hanno permesso di aprire le porte anche ad altre persone, persone che quel tanto acclamato hashtag #iorestoacasa non lo hanno mai potuto rispettare perché una casa in questo momento non ce l’hanno. Una richiesta di aiuto infatti ci ha fatto prendere una decisione veloce ma importante, aprendo il  nostro centro diurno ad altre 25 persone che avevano bisogno di un pasto caldo e una cena take-away, che avevano bisogno di un posto sicuro. Abbiamo anticipato nuovamente l’apertura, creato più turni per il pranzo, organizzato una distribuzione semplice e regolata, augurato un buon pranzo a chi in questo momento poteva vedersi negato anche questo e preparato cestini per il pasto serale nella struttura di accoglienza “temporanea”.

Ci abbiamo voluto mettere del nostro, ci è stato chiesto di reinventarci e di ripensarci perché sono proprio questi momenti in cui la cooperazione e il sociale devono fare la differenza; perché sono proprio questi i momenti in cui la povertà aumenta, i bisogni si fanno più emergenti e le risposte devono essere più rapide.

Tutto questo ci ha fatto sentire parte di una comunità, con nuove e vecchie collaborazioni del territorio, il Centro Servizi Volontariato di Padova, la Caritas Diocesana, la Croce Rossa Italiana, con nuovi e vecchi volontari che hanno dedicato tempo e portato novità al nostro centro diurno.

Un nuovo imprevisto, una nuova sfida che ha chiesto al nostro servizio e alla nostra professionalità di sviluppare nuove abilità, nuove resilienze che stanno riempiendo di maggior valore e significato il nostro lavoro, forse spesso troppo poco riconosciuto.

E’ proprio questo impegno e questa determinazione che, anche in un momento in cui ci dicono di mantenere le distanze, uniscono le nostre forze e i nostri cuori per sentirci più vicini.

Buon Compleanno Bussola!

01/04/2005 – 01/04/2020

Sono passati 15 anni da quando il centro diurno La Bussola ha aperto le sue porte alla città e alle persone più in difficoltà che la vivono ogni giorno. In questi anni ne abbiamo fatta di strada insieme: tantissime persone hanno varcato la nostra soglia in cerca di qualcosa, per ritrovare se stessi, per ricevere un sorriso, per un pasto caldo o una doccia rigenerante. Molto spesso il lavoro della Bussola è stato silenzioso ma costante e profondo. Durante questi anni le persone accolte, che sono il cuore pulsante del centro diurno, hanno avuto dei riferimenti importanti, come Anna Rita, Riccardo, Massimiliano, Stefano, ma allo stesso tempo hanno vissuto i grandi cambiamenti che La Bussola ha saputo fare per provare a rispondere sempre meglio ai nuovi bisogni del territorio. Oggi gli ospiti della Bussola partecipano attivamente a tutte quelle piccole grandi attività quotidiane che la fanno camminare, rendendosi attori della propria ripartenza.  

Questo compleanno speciale accade in un periodo complesso che è sotto gli occhi di tutti. Ancora più complesso per chi non ha una casa o un posto fisso dove stare. Ma queste difficoltà finiranno e torneremo a festeggiare insieme, ne siamo sicuri.

Un grazie speciale a tutti gli operatori e le operatrici, ai volontari e alle volontarie che in questi anni hanno dedicato il loro tempo alla Bussola e ai suoi ospiti; un grazie a tutti i colleghi della Cooperativa Gruppo R e delle Cooperative del Gruppo Polis per la vicinanza che dimostrano ogni giorno nelle parole e nei fatti; infine, non meno importante, un grazie a tutti gli amici che ci hanno sostenuto in questi anni, partecipando alle nostre iniziative o donando qualcosa che andasse a sostegno delle persone che la Bussola accoglie.

Adesso lo gridiamo a distanza, ma lo faremo stringendoci insieme: Buon Compleanno Bussola! 

Paternità: un percorso da vivere.

Qualche giorno fa abbiamo festeggiato la festa del Papà.

Nel nostro lavoro con gli uomini che agiscono comportamenti violenti nelle relazioni affettive ci capita spesso di affrontare il tema della paternità. In particolare, ci troviamo ad affrontare questioni quali la relazione padre-figli, inevitabilmente compromessa dai comportamenti violenti del padre; la difficoltà che i padri hanno nel riconoscere i bisogni, le emozioni e i desideri dei figli oppure la difficoltà di esercitare la propria paternità nel momento in cui la separazione sopraggiunge per proteggere la partner dalla violenza
dell’uomo.
Per questi motivi abbiamo chiesto ad un uomo, che frequenta il gruppo, di condividere qualche pensiero sulla paternità in occasione proprio della festa del papà.

La paternità?

Il primo pensiero che mi sovviene è che questa sia un dono; un dono davvero speciale che solo “pochi” fortunati hanno il privilegio di provare, qualcosa di cui essere fieri.
E’ il proseguimento “verticale” del proprio io nel tenero corpo di qualcuno/a che spesso magari ti assomiglia anche e che sarà legato a te indissolubilmente, nonostante tutto, per l’eternità.
Personalmente ed onestamente, la paternità non è maturata con la nascita di mio figlio; ammiro molto chi, quasi con una similitudine femminile/materna, l’ha maturata fin da subito, ma per altri ciò può arrivare successivamente e progressivamente. Io ne sono l’esempio.
Non per questo ritengo però che debba essere sottovalutato l’amore e lo sforzo di ogni padre; come si suol dire, “padri non si nasce, ma si diventa”.
La paternità è poi qualcosa di difficile da gestire soprattutto con una separazione; spesso per un padre separato i momenti di visita sono minori, ma solo oggi, grazie a dei percorsi personali psicologici e ad una acquisita maturità diversa, riesco a capire quanto più importante sia mettere da parte eventuali rancori e frustrazioni per lasciare spazio alla serenità di mio figlio. E’ qualcosa di inspiegabile, ma alle volte basta anche solo un sorriso di mio figlio per darmi tutta la forza e gratitudine che da padre cerco.
Oggi riesco a capire con profondità quando mi dissero che essere padre è innanzitutto un dovere. Spesso presi da rabbia ed inquietudini (in fase di separazione soprattutto) si abusa enormemente della parola diritto, ma l’essere padre è ben altro. La parola dovere rende bene l’idea sul fatto che, in primis, con i nostri figli non dovremmo mai avere la prepotenza di arrogarci la loro vita come nostra proprietà, come diritto in senso lato ma, piuttosto, dovremmo avere il dovere nobile (dal momento che li abbiamo concepiti volontariamente) di proteggerli, sostenerli, capirli, sopportali, guidarli, fare sacrifici per loro.
In sostanza, quando si inizia a pensare che la paternità sia un dovere ci si concentra inequivocabilmente sull’interesse del figlio/a e non più sul proprio tralasciando appunto eventuali dissapori e focalizzandosi solo sul bene primario: i nostri amati figli.
Aggiungo però con molta fermezza che comunque niente e nessuno ci deve privare di questi obblighi. Trovo immorale ed innaturale che qualcuno si opponga alla paternità e, personalmente, giorno dopo giorno, mi trovo a lottare con i miei strumenti più leciti, la pazienza, l’amore e il buon senso, affinché mi venga semplicemente riconosciuto il ruolo di padre che mi appartiene e merito.
Con un pizzico di ironia dico che immagino che non sia “ereditario” e trasmissibile l’amore per il proprio padre al proprio figlio e viceversa, ma se oggi ho un sogno è questo: vorrei tanto che mio figlio mi amasse anche solo la metà di quanto io amo mio padre. Se così fosse, avrei realizzato il più grande sogno della mia vita.