Percorso di innovazione: un “gestionale” in Remix.

La nostra cooperativa è composta dalla parte A, servizi socio-assistenziali, e dalla parte B, che comprende attività produttive finalizzate all’inserimento nel mondo del lavoro delle persone in situazione di svantaggio.
Quest’area della cooperativa, Remix, rappresenta un pilastro per la nostra realtà e, in questo periodo, sta affrontando e ha affrontato diverse sfide; tra queste ha intrapreso un importante percorso di innovazione, con l’obiettivo di migliorare i processi produttivi ma anche arricchire ulteriormente le attività con nuove prospettive.
Il percorso ha richiesto e individuato nuove professionalità e nuove collaborazioni, tra cui anche un’ingegnere gestionale, Giorgia, che ha deciso di raccontarci la sua “scelta professionale” e il suo lavoro in Remix.


“Mi presento, sono Giorgia e sono un’ingegnere gestionale. Da Febbraio 2020 collaboro in Remix in un progetto di miglioramento dei processi produttivi.
Prima di arrivare qui, ho lavorato per aziende multinazionali ma, da tempo, stavo cercando una realtà diversa che desse un risvolto “maggiormente etico” alla mia professione. Vi dirò la verità: prima di Febbraio non conoscevo “Gruppo R”. Un giorno, prendendo un caffè alle macchinette, un mio ex collega mi ha detto che in questa cooperativa cercavano una figura gestionale per supportare un percorso di analisi dei problemi e di implementazione di contromisure sull’attuale processo di produzione.
Praticamente l’opportunità che stavo cercando.

Fare il gestionale all’interno di un realtà come una cooperativa, oltre all’aspetto etico, mi è sempre sembrata un’esperienza davvero innovativa e stimolante.
Si tratta di qualcosa che oggi non è ancora così diffuso tra quelli del mio “settore”. Tuttavia questa professione si presta molto bene, perché è una figura trasversale, che va a lavorare sui processi delle
aziende e sulle attività “a valore” e quelle “non a valore”, con una forte attenzione al modello organizzativo e alle persone; perché, come diceva un mio vecchio prof, “prima le persone, poi i processi e infine i risultati. Sono le persone che fanno i processi, le tecnologie, i prodotti e l’azienda stessa!”
Avere un’ “attitudine gestionale” ti porta a diventare maggiormente consapevole di come funzionino i flussi di lavoro, di materiali e di informazioni e apre lo sguardo a prospettive che mettono in discussione l’organizzazione stessa, la filiera, le procedure, gli strumenti e anche le competenze odierne.
Tornando a me, la possibilità di farlo in un contesto atipico rispetto al mio passato, mi spronava molto. Motivo per cui nel giro di due settimane, ho lasciato il vecchio lavoro e sono arrivata in Remix.
Questa esperienza si sta dimostrando un dare e avere: io cerco di portare quel che ho imparato, all’università prima e nei lavori precedenti poi, crescendo allo stesso tempo anche professionalmente.
Entrare nel mondo della cooperazione non solo ti permette di scardinare, attraverso la conoscenza, stereotipi che spesso vengono utilizzati per descrivere il sociale, le persone che ci lavorano e che lo
“abitano”, come le persone in situazione di svantaggio con cui anche Remix lavora, ma ti mette anche alla prova sulla capacità di creare squadra con persone che hanno davvero un percorso molto diverso dal tuo e di farlo in un contesto molto differente dalle multinazionali o aziende fortemente affermate nel mercato
produttivo.

Nel progetto di innovazione che sto seguendo in Remix, l’obiettivo è migliorare la qualità ed efficienza delle attuali linee di produzione al fine di incrementare il grado di occupabilità della cooperativa. Siamo ancora in una fase iniziale, dove lavoriamo per costruire processi, sistemi. E’ anche la fase più dura probabilmente ma
anche quella che ti dà maggiori soddisfazioni perché è lì che cresci davvero professionalmente e umanamente; perché è lì che devi relazionarti molto con le persone, inclusi partner esterni, fornitori e clienti, che possono anche non avere la tua stessa visione, i tuoi stessi obiettivi o la stessa lungimiranza. Per fare un esempio concreto, questa esperienza mi sta offrendo la possibilità di vedere il processo di produzione nella sua completa interezza e non a compartimenti stagni, cosa fondamentale per evitare di migliorare una parte del processo ma peggiorarne l’ efficienza, la qualità o i tempi di consegna dell’intera filiera di produzione. Per migliorare tutto il sistema devi, inoltre, comunicare correttamente con i tuoi clienti le necessità della produzione e mostrare il valore globale delle iniziative, non solo di un unico processo. Questo sguardo d’insieme è sicuramente una grande opportunità e un punto di forza.  

Nel concreto, assieme ai ragazzi in linea, stiamo analizzando e misurando le varie fasi di lavoro, facendoci supportare anche da un nuovo sistema informatico che registra i tempi di produzione e di fermo. Grazie a questo sistema riusciamo ad ottenere una maggiore chiarezza su quali siano le attività a valore da quelle non a valore, che indichiamo come “sprechi” (attese, rilavorazioni, spostamenti, scorte non necessarie..), individuando poi quali tra questi ultimi siano quelli più ingenti. Su alcuni di questi “sprechi” abbiamo provato ad implementare delle contromisure pilota che stiamo sperimentando, revisionando gli spazi del magazzino, creando re layout delle linee di produzione e lavorando sulla sistemazione delle procedure operative.
Siamo ancora all’inizio di questo percorso ma l’aspettativa e il mio obiettivo sono di avere presto linee e materiali organizzati in maniera più efficiente e chiara rispetto ai principali processi di produzione, in modo da poter ridurre gli sprechi per i lavoratori impegnati nel servizio e migliorare la qualità e l’efficienza del servizio stesso.”

La Bussola: tra distanze di sicurezza e prossimità sociale

Durante quest’emergenza sanitaria nel nostro centro diurno “La Bussola” non ci siamo mai fermati.

Questo Aprile 2020 è stato il mese del nostro 15esimo compleanno, ma anche un mese di grossi cambiamenti, domande, riorganizzazioni, chiusure anticipate e riaperture straordinarie.

Un mese di mascherine con meno sorrisi “a trentasei denti” ma di nuovi sorrisi luminosi trasmessi con gli occhi, un mese di metri di distanza ma di parole e battute che avvicinano, di routine sconvolte ma anche di nuovi equilibri ritrovati.

Un mese di distanza sociale, proprio quella distanza che in questi anni abbiamo cercato e cerchiamo di accorciare e combattere. Un’epidemia chiamata Covid19 invece ci ha costretti a chiedere di rispettarla, a tutti i costi.

Un periodo intenso che ci ha chiesto di continuare a metterci in campo per i nostri ospiti, cercando di renderli consapevoli e attenti nel tutelarsi e tutelare gli altri da una malattia sconosciuta e nuova, inserendo tante regole, a volte molto rigide, che hanno sicuramente cambiato aspetto al nostro centro, rendendolo più statico, meno empatico, soprattutto per chi lo vive tutti i giorni, ma sicuramente un luogo più sicuro per tutti. Abbiamo continuato a garantire pasti, docce e lavatrici che in questo momento si presentano mancanze ancora più gravi, abbiamo fatto caffè e distribuito dolcetti, abbiamo acceso la tv e intervallato Tg ad un po’ di musica che ci accompagnasse nella sanificazione degli spazi e rendesse le giornate più “leggere”.

Il tempo della nostra giornata viene scandito da alcune prassi quotidiane: l’entrata in struttura uno alla volta, il lavaggio attento delle mani, la distribuzione dei pasti ordinata e un po’ più lenta per garantire meno incontri possibili tra gli ospiti. E ancora: la prenotazione del caffè dal posto, l’avvicinarsi al “bar bianco” non superando la linea messa a terra per dare un chiaro “stop”, tante attività partecipative che ci rendevano tutti parte del centro sospese, in attesa di una ripresa.

Sono state settimane che ci hanno permesso di aprire le porte anche ad altre persone, persone che quel tanto acclamato hashtag #iorestoacasa non lo hanno mai potuto rispettare perché una casa in questo momento non ce l’hanno. Una richiesta di aiuto infatti ci ha fatto prendere una decisione veloce ma importante, aprendo il  nostro centro diurno ad altre 25 persone che avevano bisogno di un pasto caldo e una cena take-away, che avevano bisogno di un posto sicuro. Abbiamo anticipato nuovamente l’apertura, creato più turni per il pranzo, organizzato una distribuzione semplice e regolata, augurato un buon pranzo a chi in questo momento poteva vedersi negato anche questo e preparato cestini per il pasto serale nella struttura di accoglienza “temporanea”.

Ci abbiamo voluto mettere del nostro, ci è stato chiesto di reinventarci e di ripensarci perché sono proprio questi momenti in cui la cooperazione e il sociale devono fare la differenza; perché sono proprio questi i momenti in cui la povertà aumenta, i bisogni si fanno più emergenti e le risposte devono essere più rapide.

Tutto questo ci ha fatto sentire parte di una comunità, con nuove e vecchie collaborazioni del territorio, il Centro Servizi Volontariato di Padova, la Caritas Diocesana, la Croce Rossa Italiana, con nuovi e vecchi volontari che hanno dedicato tempo e portato novità al nostro centro diurno.

Un nuovo imprevisto, una nuova sfida che ha chiesto al nostro servizio e alla nostra professionalità di sviluppare nuove abilità, nuove resilienze che stanno riempiendo di maggior valore e significato il nostro lavoro, forse spesso troppo poco riconosciuto.

E’ proprio questo impegno e questa determinazione che, anche in un momento in cui ci dicono di mantenere le distanze, uniscono le nostre forze e i nostri cuori per sentirci più vicini.

Buon Compleanno Bussola!

01/04/2005 – 01/04/2020

Sono passati 15 anni da quando il centro diurno La Bussola ha aperto le sue porte alla città e alle persone più in difficoltà che la vivono ogni giorno. In questi anni ne abbiamo fatta di strada insieme: tantissime persone hanno varcato la nostra soglia in cerca di qualcosa, per ritrovare se stessi, per ricevere un sorriso, per un pasto caldo o una doccia rigenerante. Molto spesso il lavoro della Bussola è stato silenzioso ma costante e profondo. Durante questi anni le persone accolte, che sono il cuore pulsante del centro diurno, hanno avuto dei riferimenti importanti, come Anna Rita, Riccardo, Massimiliano, Stefano, ma allo stesso tempo hanno vissuto i grandi cambiamenti che La Bussola ha saputo fare per provare a rispondere sempre meglio ai nuovi bisogni del territorio. Oggi gli ospiti della Bussola partecipano attivamente a tutte quelle piccole grandi attività quotidiane che la fanno camminare, rendendosi attori della propria ripartenza.  

Questo compleanno speciale accade in un periodo complesso che è sotto gli occhi di tutti. Ancora più complesso per chi non ha una casa o un posto fisso dove stare. Ma queste difficoltà finiranno e torneremo a festeggiare insieme, ne siamo sicuri.

Un grazie speciale a tutti gli operatori e le operatrici, ai volontari e alle volontarie che in questi anni hanno dedicato il loro tempo alla Bussola e ai suoi ospiti; un grazie a tutti i colleghi della Cooperativa Gruppo R e delle Cooperative del Gruppo Polis per la vicinanza che dimostrano ogni giorno nelle parole e nei fatti; infine, non meno importante, un grazie a tutti gli amici che ci hanno sostenuto in questi anni, partecipando alle nostre iniziative o donando qualcosa che andasse a sostegno delle persone che la Bussola accoglie.

Adesso lo gridiamo a distanza, ma lo faremo stringendoci insieme: Buon Compleanno Bussola! 

Paternità: un percorso da vivere.

Qualche giorno fa abbiamo festeggiato la festa del Papà.

Nel nostro lavoro con gli uomini che agiscono comportamenti violenti nelle relazioni affettive ci capita spesso di affrontare il tema della paternità. In particolare, ci troviamo ad affrontare questioni quali la relazione padre-figli, inevitabilmente compromessa dai comportamenti violenti del padre; la difficoltà che i padri hanno nel riconoscere i bisogni, le emozioni e i desideri dei figli oppure la difficoltà di esercitare la propria paternità nel momento in cui la separazione sopraggiunge per proteggere la partner dalla violenza
dell’uomo.
Per questi motivi abbiamo chiesto ad un uomo, che frequenta il gruppo, di condividere qualche pensiero sulla paternità in occasione proprio della festa del papà.

La paternità?

Il primo pensiero che mi sovviene è che questa sia un dono; un dono davvero speciale che solo “pochi” fortunati hanno il privilegio di provare, qualcosa di cui essere fieri.
E’ il proseguimento “verticale” del proprio io nel tenero corpo di qualcuno/a che spesso magari ti assomiglia anche e che sarà legato a te indissolubilmente, nonostante tutto, per l’eternità.
Personalmente ed onestamente, la paternità non è maturata con la nascita di mio figlio; ammiro molto chi, quasi con una similitudine femminile/materna, l’ha maturata fin da subito, ma per altri ciò può arrivare successivamente e progressivamente. Io ne sono l’esempio.
Non per questo ritengo però che debba essere sottovalutato l’amore e lo sforzo di ogni padre; come si suol dire, “padri non si nasce, ma si diventa”.
La paternità è poi qualcosa di difficile da gestire soprattutto con una separazione; spesso per un padre separato i momenti di visita sono minori, ma solo oggi, grazie a dei percorsi personali psicologici e ad una acquisita maturità diversa, riesco a capire quanto più importante sia mettere da parte eventuali rancori e frustrazioni per lasciare spazio alla serenità di mio figlio. E’ qualcosa di inspiegabile, ma alle volte basta anche solo un sorriso di mio figlio per darmi tutta la forza e gratitudine che da padre cerco.
Oggi riesco a capire con profondità quando mi dissero che essere padre è innanzitutto un dovere. Spesso presi da rabbia ed inquietudini (in fase di separazione soprattutto) si abusa enormemente della parola diritto, ma l’essere padre è ben altro. La parola dovere rende bene l’idea sul fatto che, in primis, con i nostri figli non dovremmo mai avere la prepotenza di arrogarci la loro vita come nostra proprietà, come diritto in senso lato ma, piuttosto, dovremmo avere il dovere nobile (dal momento che li abbiamo concepiti volontariamente) di proteggerli, sostenerli, capirli, sopportali, guidarli, fare sacrifici per loro.
In sostanza, quando si inizia a pensare che la paternità sia un dovere ci si concentra inequivocabilmente sull’interesse del figlio/a e non più sul proprio tralasciando appunto eventuali dissapori e focalizzandosi solo sul bene primario: i nostri amati figli.
Aggiungo però con molta fermezza che comunque niente e nessuno ci deve privare di questi obblighi. Trovo immorale ed innaturale che qualcuno si opponga alla paternità e, personalmente, giorno dopo giorno, mi trovo a lottare con i miei strumenti più leciti, la pazienza, l’amore e il buon senso, affinché mi venga semplicemente riconosciuto il ruolo di padre che mi appartiene e merito.
Con un pizzico di ironia dico che immagino che non sia “ereditario” e trasmissibile l’amore per il proprio padre al proprio figlio e viceversa, ma se oggi ho un sogno è questo: vorrei tanto che mio figlio mi amasse anche solo la metà di quanto io amo mio padre. Se così fosse, avrei realizzato il più grande sogno della mia vita.

Un Salotto denso di storie.

Il “salotto” è un concetto che evoca calore, pace, riposo. Uno spazio intimo in cui rifugiarsi ma anche uno spazio di incontro e convivialità. A partire da settembre 2019 questo concetto ha assunto nuove sfumature di significato e ha incontrato nuove storie di vita: il Salotto è, infatti, il nome di un nuovo servizio di cui si occupa la nostra cooperativa. Si tratta di un centro diurno ospitato presso l’Asilo Notturno comunale, struttura che, da anni, accoglie persone senza dimora e in stato di grave emarginazione. È proprio in questo contesto che il Salotto si inserisce come spazio diurno aperto ad alcune delle persone lì ospitate, e dà loro la possibilità di usufruire dell’Asilo Notturno in un modo diverso e in una fascia oraria in cui prima la struttura era chiusa. Il Salotto, infatti, apre ogni giorno, dal lunedì al venerdì, per la durata di due ore, prima dell’apertura serale della struttura. Per poter raccontare cosa si fa al Salotto e che significato ha per le persone che lo frequentano, abbiamo deciso di chiedere proprio a loro.

Alcune persone raccontano che per loro la possibilità di accedere alla struttura in orario diurno è vissuta con grande serenità perché hanno la possibilità di stare al riparo e di condividere uno spazio piacevole con altre persone, cosa che, invece, fuori non riescono a fare. Per altre ancora è un rifugio, uno spazio in cui potersi dedicare del tempo e in cui poter dare spazio ai propri interessi. Per altre ancora è un luogo in cui potersi confrontare attivamente, informare e trovare supporto. Il Salotto, infatti, si struttura in due servizi principali. Da una parte, sono state create, a partire dalle esigenze emerse dagli ospiti, una serie di attività di gruppo tra cui la visione di film, la lettura del giornale, momenti di dibattito e confronto, ascolto di musica e così via. Dall’altra, è attivo uno sportello di consulenza e orientamento che permette alle persone di trovare uno spazio di ascolto protetto e di essere affiancate in base alle loro esigenze. Sempre grazie allo sportello è possibile anche affiancare le persone nella ricerca lavoro, permettendo così di costruire percorsi di maggiore consapevolezza e autodeterminazione.

Un momento costante che caratterizza i pomeriggi trascorsi insieme è dato dalla presenza di una merenda condivisa che accompagna tutti i momenti di convivialità vissuti settimanalmente. È proprio nella condivisione di un tè caldo che si scopre ogni giorno la bellezza dello stare insieme e la necessità di creare sempre nuove attività, nuovi spazi di confronto, nuovi spunti di riflessione. Il Salotto vuole essere un servizio in costante evoluzione, un servizio che cerca di permettere, a tutte le persone che lo frequentano, di trovare uno spazio adatto a sé e alle proprie esigenze, uno spazio che cambia e cresce a partire proprio dalla voce e dalle esperienze di chi quello spazio lo vive tutti i giorni.

Anche in questo sta la sfida: creare nuove narrazioni, nuove sensazioni in uno spazio che è già, di per sé, denso di storie. 

Un anno inaspettato e un nuovo punto di partenza: il mio Servizio Civile

Durante l’anno appena concluso ho avuto la fortuna di svolgere il Servizio Civile Regionale presso due servizi della Cooperativa Gruppo R: Casa Viola e il Centro Diurno la Bussola.
Il progetto “Spazi Rigenerativi” ha catturato fin subito il mio interesse perché consentiva di continuare ad esplorare un ambito in cui avevo già avuto qualche esperienza (quello della marginalità adulta) e, al tempo stesso, di sperimentarmi all’interno di un servizio per donne vittime di violenza. Mi piaceva molto l’idea di poter imparare qualcosa di nuovo senza abbandonare del tutto la strada percorsa fino ad ora.

Quando ho deciso di intraprendere quest’avventura avevo bisogno di un cambiamento nella mia vita che non coinvolgesse più soltanto la sfera del lavoro ma anche quella dei valori in cui credo.
Ho trovato in questa opportunità un buon compromesso fra questi due aspetti: essere un volontario ha rappresentato per me un’esperienza altamente stimolante sia a livello personale che
a livello di competenze acquisite.
Fin dall’inizio ho deciso di fidarmi della sensazione di calore che mi hanno trasmesso i luoghi in cui avrei svolto servizio come volontaria. In entrambi i casi mi sono ritrovata in servizi in cui le risorse delle persone coinvolte vengono davvero valorizzate, nessuno escluso.
Posso dire senz’altro che l’anno appena concluso è stato molto intenso per me. Le attività che ho svolto come volontaria sono state legate sia alle mie attitudini e conoscenze sia alle esigenze dei
servizi.

Con le donne di Casa Viola il mio ruolo è stato quello di supportare le attività delle operatrici e delle ospiti, sia in piccole attività quotidiane, sia in momenti conviviali e di confronto sull’andamento del loro percorso. E’ stato molto importante per me riuscire ad entrare in relazione a poco a poco con le donne ospitate, rispettando i loro bisogni e le loro necessità legate
al delicato momento di vita.
Presso il Centro Diurno La Bussola, invece le mie attività sono state più strutturate e legate principalmente al momento del pasto e dei laboratori pomeridiani. Sicuramente una meravigliosa scoperta è stata quella del laboratorio di terracotta: mettermi alla prova insieme ad alcune persone che frequentano il centro con un materiale che non avevo mai utilizzato prima ha rappresentato una sfida bella ed inaspettata, oltre ad essersi trasformata nel tempo in una piccola passione.

Vivere l’esperienza di servizio civile ha significato molte cose: ripensare il lavoro nel sociale, abbandonando alcuni punti di vista e lasciando spazio a quelli nuovi; prendere parte con orgoglio ad un percorso fatto di piccoli cambiamenti quotidiani; essere pronta ad accogliere giorno per giorno alcuni pezzi della vita delle persone, ricordi e sfaccettature della loro personalità.
Porterò con me il ricordo di alcuni momenti speciali di quest’anno. In particolare la festa del Centro Diurno: “Non perdere la Bussola” in cui tutti sono stati coinvolti nell’organizzazione di una giornata speciale che mi ha resa orgogliosa di far parte di una bellissima squadra in grado di raggiungere anche gli obiettivi più difficili.

TRAME, un progetto di innovazione sociale e sostenibilità ambientale.

Quasi due anni di attività ed è il momento di raccontare finalmente uno degli ultimi progetti di Gruppo R che riesce a combinare “Vite, talenti e stoffe”, come recita fiero il claim.

Già, TRAME, un marchio rigorosamente di design, ma etico. Non a caso il team che ci lavora con entusiasmo è anche artefice del termine “ethic chic“.

Ma di cosa si tratta? TRAME è in breve un’idea imprenditoriale di innovazione sociale, un marchio etico, originale e responsabile. Parliamo di accessori che nascono da una vivace e innovativa combinazione di design di prodotto e stoffe pregiate, con un’attenzione alle tendenze del momento. Sono pezzi unici, made in Italy e fatti a mano, che rispecchiano il valore e l’unicità delle persone che li realizzano.

E chi li realizza? Persone vere e in questo momento soprattutto donne, guidate da una maestra d’arte e da una designer.

E perché etico? Perché Trame si rifà alla filiera del riuso e alla dialettica dell’economia circolare.

E quindi gli accessori nascono da un’attenta selezione di tessuti di pregio donati da imprese locali e che, scartati da processi produttivi in cui risultano ormai inutili, entrano nel processo creativo TRAME, riacquistando design e funzionalità̀, secondo una logica sostenibile e di rispetto dell’ambiente.

Chi meglio delle persone stesse, però, può raccontarci quanto accade dentro e fuori TRAME? Importante riportarvi le loro sensazioni, i loro punti di vista, dopo questi primi due anni di sartoria, raccolta tessuti, aperishop, collaborazioni e social network.

La Direzione:

EMANUELA, la Responsabile del progetto: “La domanda frequente è perché impegnare tempo, energie, pensiero, e risorse economiche in questo progetto, e in due anni sì, ne abbiamo messo di impegno prezioso, personale e della cooperativa. La risposta è che prima di tutto TRAME è nata come esigenza condivisa in un percorso che ha coinvolto alcuni lavoratori di Gruppo R, e cioè creare nuovi spazi per l’inserimento di donne con difficoltà, valorizzando le loro competenze. E questo è già importante per dare credito al progetto.  E poi perché strada facendo è cresciuta anche la passione per questa impresa e per le sue caratteristiche peculiari: l’artigianalità, l’attenzione all’ambiente, il team che sa coniugare passione e professionalità,  il prodotto e lo stile, che sentiamo nostro identitario e allo stesso tempo di tendenza, la comunità che si è creata attorno. Sicuramente stiamo mettendo in pista TRAME con tutte le attenzioni, le competenze e la nostra voglia di volare.” 

La Sartoria:

DANIELA, la Maestra d’Arte: “TRAME per me è un concetto in evoluzione costante. All’inizio è stato dare un senso alle mie passioni, all’eredità culturale di mia madre e di una nonna che non ho mai conosciuto; a decine di ore dedicate a corsi, leggere libri e studiare, perché cucire è anche questo. Anche la decisione che la via giusta poteva solo essere mettere a disposizione il mio sapere e la mia passione ad altre donne, perché credo nella condivisione, nel valore terapeutico del cucito, e di ogni attività svolta con le mani. Un primo incontro fortunato, con Gruppo Polis e poi con Emanuela Tacchetto, e di seguito con tutte le persone che hanno creduto nelle mie capacità e con le quali sto condividendo un sogno molto concreto. Dare alle persone un’occasione per prendere in mano la propria vita attraverso il lavoro. Ora TRAME sono tre stanze, caotiche, colorate, nelle quali il rumore delle macchine da cucire si mescola agli insegnamenti miei e di Alessandra (la seconda sarta che collabora con TRAME da circa un anno) alle nuove arrivate e alle richieste di Patty. E poi ci sono le nostre borse, belle e preziose, fatte con amore e perizia, nelle quali lasciamo sempre un po’ del nostro cuore.”

PATTY, la designer e product manager: “Ogni volta che rovisto nei secchi, che per altri sono scarti, è un’emozione… trovo tessuti meravigliosi, so già cosa potrebbero diventare e con l’aiuto di Daniela quasi sempre è possibile. Provengo da una famiglia di artigiani tessili e sono cresciuta praticamente in mezzo agli stracci e fin da piccola dagli scarti creavo qualcosa, magari per le mie bambole… A 7 anni avevo già deciso che sarei diventata una designer. TRAME è questo, casa e pura creatività che manca molto spesso nelle aziende di moda da cui provengo, con circa 20 anni di esperienza. Qui mi sento libera e ispirata continuamente, posso solo ringraziare questo progetto che mi ha restituito l’entusiasmo!

Gli Amici:

NOLITA, marchio di abbigliamento femminile: “Nolita ha scelto Trame in quanto da sempre fortemente legata e attenta ai temi sociali riguardanti le donne. I gadget unici – Trame per Nolita-  creati dalle donne per le donne hanno attribuito un valore aggiunto ai nostri capi, rendendoli portatori di un messaggio sociale importante: è sempre possibile rimettersi in gioco. Contenti di questa collaborazione, speriamo si possa ripetere in un futuro con nuovi spunti e nuove.

Trame. Ritagli di vita – https://www.trameatelier.it/chi-siamo/

“Stai tranquilla, Starai bene” – Percorsi di fuoriuscita dalla violenza.

Il 25 novembre ricorre la giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, giornata istituita dalle Nazioni Unite a partire dal 1999 e data scelta in ricordo delle tre sorelle Mirabal, conosciute anche come “ Las Mariposas” (“Le farfalle”), seviziate violentate e uccise dal dittatore Trujillo nella Repubblica Dominicana il 25 Novembre del 1960.

L’obiettivo è quello di sensibilizzare sui temi legati alle varie forme di violenza di cui sono vittime le donne di tutto il mondo: dalla violenza fisica a quella sessuale, dalla violenza psicologica a quella economica, dagli atti persecutori come lo stalking fino al femminicidio.

I percorsi di fuoriuscita dalle situazioni di violenza sono lunghi e complessi.

Casa Viola, la nostra casa rifugio per donne vittime di violenza e i loro bambini, come le altre 21 case rifugio del Veneto, svolgono un ruolo particolarmente importante in questi percorsi: quello di consentire alla donna di allontanarsi fisicamente e mentalmente da una situazione di pericolo.

Abbiamo chiesto ad una delle donne accolte insieme alle sue figlie in Casa Viola di raccontarci del suo percorso di fuoriuscita dalla violenza, con la speranza che questo possa arrivare anche alle tantissime donne che ancora non sono riuscite a chiedere aiuto, lasciando il messaggio che un’altra strada è possibile.

“La proposta di entrare in Casa Viola è partita dall’assistente sociale che mi segue, subito dopo aver deciso di denunciare il mio compagno. Avevo paura di accettare di farmi aiutare, di affidarmi alla rete dei servizi; ero preoccupata e mi chiedevo dove sarei andata a stare e a quali altre regole avrei dovuto sottostare.

Avevo tanti interrogativi su cosa fosse una casa protetta. Ho parlato con un’amica che aveva attraversato un periodo simile al mio e mi ha rassicurata dicendomi: “stai tranquilla, starai bene”. 

Quando sono arrivata la casa mi ha fatto una buona impressione, ma ricordo che in quel momento sarei stata disposta ad accettare anche le peggiori delle condizioni. Prima di arrivare in casa, io e la mia bambina,  avevamo passato vari giorni in diverse camere d’albergo e lei mi diceva sempre che voleva “una casa vera, con la cucina”. Io in quel momento avrei fatto di tutto per la sua serenità. 

Nel primo periodo tutto era nuovo: non avevo aspettative concrete, avevo bisogno di essere orientata, ero molto in confusione. Sono entrata in Casa Viola un mese dopo aver lasciato casa mia; avevo già rinunciato a tutte le mie comodità e le mie abitudini ed ero disposta a qualsiasi cosa pur di non ritornare lì. L’unica aspettativa era quella di trovare una soluzione più stabile per riuscire ad andare avanti.

Non sapevo come avrei fatto e trovare un posto sereno da cui ripartire ha significato molto. 

All’inizio del mio percorso in Casa Viola provavo un senso di euforia misto a paura, confusione, caratterizzato dal non sapere se avevo fatto la cosa giusta e dal dispiacere per aver dovuto sconvolgere la vita di mia figlia. Ricordo che mi sentivo molto in colpa per averla costretta a cambiare scuola, lasciare i suoi amichetti e i punti di riferimento che avevamo creato, tutte le sue abitudini e il suo equilibrio.

E’ stato veramente difficile: pensavo di star bene, di essere una persona forte, che non si deprime. 

C’è stato però un momento davvero importante in cui ho realizzato e accettato la mia condizione e mi sono detta: “Ecco dove mi trovo, la mia vita e quella di mia figlia sono cambiate radicalmente e tutto continuerà a cambiare”.

E’ stato come dopo una scossa di terremoto: uno pensa che il peggio sia passato, ma in realtà ci sono ancora le scosse di assestamento. In quel momento ho iniziato ad accettare anche il fatto di poter provare tanta tristezza per tutto quello che era successo, senza più rinnegarla. 

Ho anche un’altra figlia, più grande, che è entrata in Casa Viola solo più tardi. Durante la mia accoglienza in Casa ha avuto bisogno di me ed io non sono riuscita a starle vicino come volevo. Mi sono sentita molto impotente, soprattutto perché mi ha fatto ripensare a tutte le volte che ho scelto di rimandare l’allontanamento dal mio ex compagno proprio per garantirle un posto dove stare e perché non volevo pagasse le conseguenze della mia relazione.

Prima di questa storia con il mio ex compagno avevo un’indipendenza economica, ero autonoma, ma pian piano ho perso tutto e non avevo più nulla di mio da poter offrire a lei. 

Tuttavia ho cercato di costruirmi una serenità in questa casa: ha contribuito soprattutto il fatto di non dover parlare ancora con il mio ex compagno, non dover dare più spiegazioni. Adesso non gli devo più nulla.

Arrivare qui è stata una liberazione, un traguardo: senza questo spazio non avrei potuto fare nulla. Adesso il mio ex compagno sa che io e la bambina viviamo in protezione e questo ha posto un freno, altrimenti lui avrebbe continuato con le sue minacce, insinuazioni. Adesso non ha modo di recriminare nulla.

In passato non ero riuscita davvero ad allontanarmi da lui: in qualche modo ci ricascavo sempre, avevo paura delle sue minacce. Penso di aver raggiunto un obiettivo: quello di essermi riuscita a svincolare davvero da lui. Più passano i mesi e più sento che sto facendo la cosa giusta. 

Volevo lasciare il mio ex compagno da anni ma me lo ha sempre impedito il fatto di non sapere dove andare. Se non ci fosse stato questo posto probabilmente non sarei mai riuscita a denunciarlo. Come potevo tornare a vivere sotto lo stesso tetto della persona che avevo denunciato? 

Non si tratta solo di un discorso economico. Sarei potuta andare da un’amica, ma avevo bisogno di un posto neutro per riuscire a svincolarmi da lui e da tutto quello che c’era attorno, la scuola della bambina, il mio lavoro, le amicizie più strette. Prima avevo bisogno di cancellare le mie tracce altrimenti sapevo che lui sarebbe venuto a cercarmi e niente avrebbe potuto impedirglielo.

La cosa fondamentale per uscire dalla violenza è uno spazio protetto come questo. “

Dalla notte all’aurora.


Una vita bella e come la volevo io , cervello sempre attivo , atteggiamento sempre costruttivo e attenzione a chi si trovava in difficoltà. Pronto a dare e terribilmente imbarazzato nel chiedere e/o ricevere. Un lavoro, tante passioni che mi facevano sognare sempre un nuovo futuro e, come diceva mio nonno  ” in tasca sempre un soldo in più di quello che mi serve “.

Un brutto giorno la salute cede, piano piano i problemi diventano sempre più seri, ma il mio ottimismo mi tiene ancora fiducioso nel futuro. Problemi sempre più complessi e la sfortuna di trovare medici che sottovalutano la mia situazione. Salute incerta, la crisi e il lavoro non c’è più.

Mi concentro sulla salute ma la situazione si è ingarbugliata e non permette una visione chiara . Il tempo passa e i risparmi finiscono , il mio comportamento corretto degli anni precedenti mi fà guadagnare del tempo ma non basta. Richiedo un intervento alle istituzioni deputate alla mia nuova situazione ma è un porto delle nebbie  e il mio ottimismo piano piano lascia il posto ai pensieri negativi che mi trascinano in uno “stato mentale” non mio ! Un gorgo che mi fà vedere tutto negativo…non vedo più un futuro.

Un giorno vengo inviato al CD “La Bussola” e con molto scetticismo ci vado , vengo accolto con un sorriso e senza domande. Ci sono altre persone con situazioni simili alla mia e uno di loro , senza rendersene conto , mi fà  “scollegare” il cervello dai pensieri negativi  per 3-4 ore al giorno . La salute peggiora , due ricoveri nel porto delle nebbie e zero risposte; ma grazie allo staff del centro diurno entro in un appartamento di seconda accoglienza ed esco dal garage dove ero finito a dormire. Un letto con delle lenzuola, delle finestre, un bagno con doccia e una telefonata di “presenza e cortesia” al mattino dell’operatore che segue la mia persona. Un sollievo! Oltre ad ottusi burocrati, degli esseri umani di una cooperativa sociale mi stimolano, giustamente, ad essere attivo per me stesso e per i miei problemi e a riprendere attività compatibili  con le mie attitudini.

Adesso sono aumentate leggermente le mie entrate, grazie ad un impegno in una cooperativa sociale, e ho ritrovato il gusto di farmi riparare delle scarpe , di cambiarmi gli occhiali e altre piccole necessità; ma mi sono accorto che ho anche ricominciato a pensare al futuro (non a grandi cose viste le mie entrate ).

Una storia banale? Forse si o forse, ho incontrato persone che in punta di piedi si sono messi al mio fianco, sono stati capaci di “ribaltare” il mio stato mentale, è una storia speciale. Non so se adesso quella “luce” che mi sembra di intravedere è l’aurora o no ma in questo periodo ho la sensazione che la notte stia per finire.

GRAZIE  P.D.

Modelliamo…una nuova sfida!

Per parlare del nostro laboratorio di Terracotta abbiamo scelto di partire dalle parole che hanno utilizzato per descriverlo le persone ospiti del nostro centro diurno che lo frequentano.

Costruttivo, fatto con amore, cura, impegno, coraggio, dedizione, fatica, compagnia.

In queste parole è racchiuso il senso che questa esperienza sta avendo per tutti coloro che partecipano: partire da un materiale povero e duttile come l’argilla e recuperare alcune abilità manuali, avere la possibilità di esprimere un lato più creativo e artistico, utilizzare un mezzo espressivo non convenzionale , raccontare la propria storia anche all’esterno del Centro Diurno attraverso gli oggetti realizzati, godere della compagnia del gruppo e divenire più consapevoli, valorizzando alcune capacità che si pensava fossero andate perdute.

Partendo dal supporto di un’esperta, operatori e volontari del centro diurno la Bussola si sono ritrovati a maneggiare per la prima volta l’argilla, imparando a conoscerne le caratteristiche e a lavorarla con pazienza. Dopo aver appreso le basi del processo di lavorazione, si è cercato di coinvolgere in questa nuova attività le persone che frequentano il centro.

Il laboratorio è stato portato avanti cercando di coinvolgere il più possibile sia i volontari che gli ospiti della Bussola in tutto il processo sia operativo che di ideazione degli oggetti da proporre.

I risultati sono arrivati pian piano e abbiamo deciso di farci conoscere con un banchetto espositivo ad alcuni eventi all’aperto, per partire, ma soprattutto per motivare ancor più i partecipanti che vedevano i loro prodotti esposti all’esterno del centro. Sono state occasioni molto preziose per il nostro centro e per i partecipanti al laboratorio che hanno avuto modo di vedersi diversamente, protagonisti di un banchetto che “parlava di loro” e che raccontava dell’attività che portiamo avanti.

Questo laboratorio rappresenta un’occasione preziosa anche per i volontari, per creare dei momenti di relazione con gli ospiti, favoriti da un fare comune che crea vicinanza e condivisione. Si tratta di un percorso di aggregazione ma, al tempo stesso, vengono stimolate la collaborazione all’interno del gruppo e la costanza nel portare a termine degli impegni.

In questi mesi proprio noi volontari abbiamo avuto modo di osservare da vicino quanto, per alcuni partecipanti al laboratorio, l’atto creativo del modellare, di imprimere un proprio segno personale sulla materia prima, permetta ad alcuni di diventare più attivi e consapevoli delle proprie capacità.

Iniziare questo percorso ha rappresentato subito una grossa sfida; esattamente come la materia prima che viene utilizzata, ha richiesto pazienza ed impegno prima di prendere la forma desiderata ed ha rappresentato motivo di grande orgoglio per tutti noi.

E’ stato un modo per toccare realmente con mano la possibilità di poter creare insieme qualcosa di bello che rappresenti chi siamo, quale il nostro lavoro e il nostro centro “La Bussola”.