Una nuova tenda, libera da pregiudizi.

In occasione del 17 ottobre, Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà, abbiamo chiesto a Martina e Chiara, volontaria di servizio civile una e tirocinante in Servizio Sociale l’altra, di raccontarci cosa hanno scoperto e conosciuto in questi mesi frequentando il Cd La Bussola e il Cd Il Salotto rispetto alla grave marginalità e alle persone senza dimora.

Conoscere e liberarsi da stereotipi e pregiudizi

Cercando le parole “senza dimora” nel motore di ricerca, il primo risultato che compare è la definizione di senzatetto ossia persone senza casa o senza fissa dimora. Questa definizione a livello collettivo può creare giudizi e aspettative sbagliate rispetto a queste persone. Credo di poter sostenere, che le persone senza dimora non sentano come principale la necessità solo di una casa fisica, ma di una “casa umana”, di persone e luoghi che le facciano sentire protette e a casa.

Mi viene in mente infatti un breve scambio di battute che ho avuto con un uomo che frequenta il centro diurno La Bussola. Si stava avvicinando l’orario di chiusura del centro e io gli chiesi cosa avrebbe fatto nelle ore successive e lui con una serenità invidiabile mi rispose: “Vado a casa a lavarmi, poi mi riposo, mangio e dormo. E domani vengo qui”. Al che io non sono riuscita ad aggiungere altro tanto mi avevano fatto riflettere quelle parole. Potrebbe sembrare una frase che comunemente viene pronunciata, ma questa ha un valore particolare perché sto parlando di una persona che trascorre la notte in un asilo notturno con una stanza e un bagno in condivisione con altre persone, non del tutto confortevole. Nonostante questo, l’asilo notturno è evidentemente diventata la sua casa, il luogo in cui sente di poter essere vulnerabile e nel quale si sente protetto.

Nella mia esperienza ciò che primariamente è saltato all’occhio è stata la necessità che queste persone manifestano di interazione, di dialogo, di comprensione. Non mi era mai capitato prima di essere accolta in modo così caloroso in un contesto sociale. E non solo, non mi era mai capitato che una persona si aprisse con me rispetto a questioni molto intime delle sua vita personale. E questo mi ha fatto riflettere, ma anche sentire in imbarazzo per l’idea che mi ero creata di queste persone non conoscendone minimamente la storia, le difficoltà, le risorse, e, come troppo spesso accade, creandomi un giudizio che è derivato da ciò che la società narra delle persone senza dimora.

L’accoglienza che ho avuto da queste persone è stata tale che mi sono sentita da subito aperta in modo totale alla relazione,  ho lasciato cadere tutte quelle barriere che a livello inconscio molti di noi hanno nell’entrare in un ambiente sconosciuto.

Martina, volontaria Servizio Civile

Ri-Costruire una tenda…con nuovi picchetti 

Una tenda ha bisogno, per rimanere eretta, di una base solida che può contare di almeno due appoggi che la ancorino bene al terreno, con picchetti importanti e forti. Quando questi paletti si assottigliano, si arrugginiscono o cadono, la tenda vacilla. Se cede uno solo di questi, la tenda può resistere grazie alla forza con cui sono piantati gli altri. Ma se anche questi iniziano a non reggere poi allora anche la tenda crollerà.
L’immagine, che ho incrociato diverse volte in questi mesi di tirocinio all’interno della Cooperativa, rappresenta metaforicamente la persona.

Ognuno di noi infatti ha i propri picchetti della vita, che possono essere la famiglia, la salute, gli amici, i soldi, il lavoro, la casa … È una rete, una rete di sicurezza che ci tutela nella nostra quotidianità e che ci permette di non cadere o di attutire la caduta. Come la tenda, se uno di questi pali non è saldo a terra, vacilliamo ma resistiamo grazie al sostegno degli altri. Ma se saltano molti picchetti della nostra tenda, che succede?

Ho accolto in questi mesi tante storie di tende che si sono afflosciate o che sono completamente cadute a terra, ma ho ascoltato (e visto con i miei occhi) come sia possibile rimetterla in piedi, costruire con i pezzi rimasti nuovi sostegni in terreni sani e accoglienti. Parlando fuori di metafora, le persone che beneficiano dei servizi del centro diurno La Bussola e del dormitorio comunale sono persone che faticano a costruirsi autonomamente una rete supportiva.

Calore

A mancare, prima di tutto, è la casa: uno spazio proprio in cui cercare e trovare sicurezza e riposo, intimità e calore. Ho visto queste quattro cose ri-comparire (o talvolta comparire per la prima volta) e crescere piano piano nella vita delle persone, a partire dal calore che viene dato e trasmesso di riflesso attraverso i sorrisi e gli sguardi accoglienti degli operatori, di volontari all’interno dei servizi e delle persone stesse. E’ un calore che si incastra negli spazi vuoti di vite travagliate, sconnesse, e tra le giornate più grigie e turbolenti, e lo fa in modi molto diversi. Ho potuto abbracciare gli occhi lucidi di una signora che, senza una casa, lo ritrova lavorando con cura all’uncinetto mentre scambia storie di vita e piccoli aneddoti; ho visto e sentito le lacrime della stanchezza di una persona che non ha mai conosciuto l’amore della propria famiglia, costretta a costruirsi una corazza dura pronta a coprirla dalla testa ai piedi appena ha il sentore di un rischio o di qualcosa di incerto o sconosciuto.

Riposo

Il riposo è qualcosa che si trova solo in un ambiente tranquillo, sereno, in un clima positivo, perché non si tratta di un riposo fisico, o meglio, non solo. Ognuno di noi tra i mille impegni e le corse frenetiche ha bisogno di riposare, di fermarsi e ricercare un proprio equilibrio con ciò che più lo fa stare bene. Abbiamo vite estremamente veloci in cui non è difficile perdersi e ci sono vite lente in cui è ancora più facile farlo. Percepisco in alcune persone la stanchezza di arrivare a fine giornata, di doversi scontrare ogni giorno con una realtà che talvolta, anche in modo molto sottile, giudica e discrimina.

Sicurezza

Percepisco altresì il sentirsi in un luogo sicuro nei servizi dei centri diurni e del dormitorio e non parlo di incolumità, ma di un luogo fidato, dove poter abbassare le difese e sedersi, senza il timore di cadere dalla sedia (o dalla poltroncina rossa). Uno spazio che trasferisce un po’ della propria sicurezza alla persona, spesso davvero fragile e con gambe tremolanti che non reggono il cammino.

La vulnerabilità è intrinseca nell’essere umano, siamo tutti vulnerabili, delicati in certi punti perchè graffiati dalle esperienze della vita. Ho ascoltato molte storie in questi mesi di tende crollate in quanto già particolarmente traballanti dalla nascita o squarciate da eventi improvvisi e penso che queste terranno per sempre il ricordo della caduta. Credo che per le persone sia davvero doloroso e difficile riaprire alcuni capitoli drammatici della loro vita, ma con fiducia e verità si raccontano ed io ho percepito in questo un senso di distacco da quei momenti.

Penso di aver sentito la consapevolezza del percorso che ognuno ha intrapreso con pazienza e non poca fatica e questo dona anche sicurezza alla persona. Quest’ultima mette pian piano insieme i pezzi con la necessità il più delle volte di un supporto per poi arrivare a reggersi in piedi da sola. Poi dipende: ciascuno ha una storia personale, delle esigenze che sono proprie, così come le risorse ed è per questo che ogni reazione ed ogni percorso è differente.
Non si tratta di una categoria di persone, ma di persone e io come futura operatrice del sociale posso dire che mi impegnerò a lavorare per far vedere la possibilità di ricostruire la tenda con nuovi picchetti e per cercare assieme un terreno stabile.

Chiara, tirocinante

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