Paternità: un percorso da vivere.

Qualche giorno fa abbiamo festeggiato la festa del Papà.

Nel nostro lavoro con gli uomini che agiscono comportamenti violenti nelle relazioni affettive ci capita spesso di affrontare il tema della paternità. In particolare, ci troviamo ad affrontare questioni quali la relazione padre-figli, inevitabilmente compromessa dai comportamenti violenti del padre; la difficoltà che i padri hanno nel riconoscere i bisogni, le emozioni e i desideri dei figli oppure la difficoltà di esercitare la propria paternità nel momento in cui la separazione sopraggiunge per proteggere la partner dalla violenza
dell’uomo.
Per questi motivi abbiamo chiesto ad un uomo, che frequenta il gruppo, di condividere qualche pensiero sulla paternità in occasione proprio della festa del papà.

La paternità?

Il primo pensiero che mi sovviene è che questa sia un dono; un dono davvero speciale che solo “pochi” fortunati hanno il privilegio di provare, qualcosa di cui essere fieri.
E’ il proseguimento “verticale” del proprio io nel tenero corpo di qualcuno/a che spesso magari ti assomiglia anche e che sarà legato a te indissolubilmente, nonostante tutto, per l’eternità.
Personalmente ed onestamente, la paternità non è maturata con la nascita di mio figlio; ammiro molto chi, quasi con una similitudine femminile/materna, l’ha maturata fin da subito, ma per altri ciò può arrivare successivamente e progressivamente. Io ne sono l’esempio.
Non per questo ritengo però che debba essere sottovalutato l’amore e lo sforzo di ogni padre; come si suol dire, “padri non si nasce, ma si diventa”.
La paternità è poi qualcosa di difficile da gestire soprattutto con una separazione; spesso per un padre separato i momenti di visita sono minori, ma solo oggi, grazie a dei percorsi personali psicologici e ad una acquisita maturità diversa, riesco a capire quanto più importante sia mettere da parte eventuali rancori e frustrazioni per lasciare spazio alla serenità di mio figlio. E’ qualcosa di inspiegabile, ma alle volte basta anche solo un sorriso di mio figlio per darmi tutta la forza e gratitudine che da padre cerco.
Oggi riesco a capire con profondità quando mi dissero che essere padre è innanzitutto un dovere. Spesso presi da rabbia ed inquietudini (in fase di separazione soprattutto) si abusa enormemente della parola diritto, ma l’essere padre è ben altro. La parola dovere rende bene l’idea sul fatto che, in primis, con i nostri figli non dovremmo mai avere la prepotenza di arrogarci la loro vita come nostra proprietà, come diritto in senso lato ma, piuttosto, dovremmo avere il dovere nobile (dal momento che li abbiamo concepiti volontariamente) di proteggerli, sostenerli, capirli, sopportali, guidarli, fare sacrifici per loro.
In sostanza, quando si inizia a pensare che la paternità sia un dovere ci si concentra inequivocabilmente sull’interesse del figlio/a e non più sul proprio tralasciando appunto eventuali dissapori e focalizzandosi solo sul bene primario: i nostri amati figli.
Aggiungo però con molta fermezza che comunque niente e nessuno ci deve privare di questi obblighi. Trovo immorale ed innaturale che qualcuno si opponga alla paternità e, personalmente, giorno dopo giorno, mi trovo a lottare con i miei strumenti più leciti, la pazienza, l’amore e il buon senso, affinché mi venga semplicemente riconosciuto il ruolo di padre che mi appartiene e merito.
Con un pizzico di ironia dico che immagino che non sia “ereditario” e trasmissibile l’amore per il proprio padre al proprio figlio e viceversa, ma se oggi ho un sogno è questo: vorrei tanto che mio figlio mi amasse anche solo la metà di quanto io amo mio padre. Se così fosse, avrei realizzato il più grande sogno della mia vita.

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