Tre anni di Centro Antiviolenza

Nel Marzo 2016 la nostra cooperativa intraprendeva una nuova avventura, tutta da costruire, con l’apertura del centro antiviolenza “Civico Donna” nel Comune di Chioggia.

Abbiamo chiesto ad Alice, operatrice del centro, di condividere con noi questo percorso e questi anni di lavoro, passione ed emozioni.

“Quando ho accolto la signora A. al centro antiviolenza, tre anni fa, ho capito da subito che sarebbe stata una strada difficoltosa e impegnativa; era la prima donna che si rivolgeva a “Civico Donna”, dopo di lei ce ne sarebbero state più di cento.
Ho capito che avrei dovuto reggere a molte lacrime, molto sfoghi, molte domande, alle quali non sempre avrei avuto una risposta. Ho capito anche che avrei dovuto imparare molto, sul campo, perché la teoria, la formazione e le letture ti accompagnano fino alla porta dell’ufficio, poi ci sei tu, come “operatrice” e come donna, ad accogliere un’altra donna con il suo enorme dolore, con la sua anima ferita e offesa, con le sue cicatrici: sempre sul cuore, a volte sulla pelle.
In tre anni si impara tanto facendo questo lavoro rispetto al fenomeno della violenza di genere e si conoscono tante storie, tutte diverse tra loro, ma anche simili, dove infatti  sono sempre presenti il potere e la prevaricazione di un uomo sulla sua partner, compagna, moglie o ex moglie e sui figli e le figlie, che assistono impotenti a ingiustizie, umiliazioni, violenze fisiche, portandosi addosso il peso insostenibile di una situazione che li segnerà per sempre.
Come equipe del centro antiviolenza, viviamo spesso sentimenti di scoraggiamento e frustrazione, perché non sempre le storie vanno come avremmo voluto, ma anche perché al di là dei percorsi delle “nostre” donne, stiamo assistendo ad un clima culturale che spesso pare fare passi indietro rispetto a temi quali la parità di genere , la lotta alle discriminazioni e la violenza. Alcune sentenze giudiziarie ci lasciano incredule quando parlano di attenuanti perché l’uomo era in preda ad una “tempesta emotiva” o quando una sentenza d’appello assolve una Procura perché tanto non avrebbe potuto far niente, nonostante 12 denunce, visto che “lui la avrebbe ammazzata lo stesso prima o poi”.
Non possiamo pensare che una donna che chiede aiuto sia comunque predestinata ad essere uccisa, non possiamo pensare che non ci sia un sistema sufficiente di protezione e tutela nel nostro Paese, sarebbe la resa! Una società che si arrende di fronte alla cultura prevaricante dell’uomo sulla donna, che si arrende alla violenza, che la nasconde, la minimizza, la nega addirittura, non ha futuro.
Noi non perdiamo la motivazione, non ci fermiamo di fronte a questi fatti e crediamo in quello che stiamo costruendo perché possiamo raccontare di chi ce l’ha fatta e ce la sta facendo. Penso a Caterina che ora ha un lavoro e il suo mini appartamento, a Monica che si è separata e sta ritrovando la sua libertà, a Simonetta che non ha più paura, a Barbara che non pensava si potesse star bene anche da sola; ma anche a Giulia, che non è pronta a fare il passo, ma mi scrive un messaggio ogni lunedì dicendo che sta male e prima o poi arriverà da noi.
E noi la aspettiamo, rispettando i suoi tempi e la sua volontà.
Essere operatrice di un centro antiviolenza è come arrampicarsi in cordata su una parete rocciosa, due donne unite da una corda che vanno verso la cima di una montagna e con fatica, scalano, cercano posti sicuri in cui mettere i piedi, non guardano giù ma avanti e poi, alla fine, si godono il panorama, sperando sia sereno.”

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