Il mio SVE in Italia con i giovani migranti

Quando ho lasciato la Francia il 1 febbraio 2018, partivo con la voglia di vivere una nuova esperienza interculturale. Mi è sempre piaciuto viaggiare anche per incontrare nuove persone. Credo che le differenze siano una ricchezza e che sia importante interessarsi e conoscere altre culture, per cercare di capire la gente, le abitudini, non giudicando al primo sguardo. Allarga gli orizzonti:  incontrando e conoscendo gli altri, si impara tanto anche su sé stessi.

Quel giorno di febbraio, con queste aspettative, iniziava così il mio SVE (Servizio Volontario Europeo), per un periodo di 7 mesi presso Gruppo R.
Essere volontaria in un altro paese è stata una mia scelta. Realizzare questo volontariato con le persone richiedenti asilo e rifugiate anche.

In Francia, ero volontaria con minori stranieri non accompagnati, non sostenuti dai servizi pubblici perché non riconosciuti minori. Con questa nuova esperienza personale in un altro paese, volevo proseguire il mio impegno e conoscere il funzionamento del sistema di accoglienza per persone migranti in un paese vicino al mio.
La situazione legale dei giovani che seguivo in Francia era veramente diversa da quella dei giovani migranti che ho potuto conoscere in Italia, nella cooperativa. E queste differenze “legali” cambiano molte cose.  Lo status di richiedenti asilo permette ai giovani di essere stati accolti in cooperativa, di avere una casa, dei soldi per mangiare, per vestirsi, o per comprare delle medicine, per prendere l’autobus. E poi ci sono gli operatori, che offrono anche un accompagnamento quotidiano a questi giovani. I ragazzi presso cui ero volontaria in Francia
erano in un “vuoto giuridico”. Lo Stato non riconosceva la loro minoranza, ma loro auguravano farla riconoscere. In situazione di ricorso, non avevano alcun diritto a nessun accompagnamento riconosciuto. Diverse iniziative dei cittadini permettevano loro di essere ospitati dai locali, di seguire corsi, di trovare da mangiare, ma il sostegno e l’accompagnamento erano così più “aleatorio”, frammentato, meno sicuro.
Arrivando nella cooperativa, ho potuto confrontare queste due realtà ed  esperienze che per tanti aspetti sono molto diverse. La situazione dei ragazzi che ho conosciuto qui in cooperativa mi sembrava molto più sicura e rassicurante.  Trovavo anche che le risorse umane, economiche, materiali e di tempo permettevano di accompagnare i giovani migranti della cooperativa in modo migliore rispetto a quanto avevo potuto sperimentare prima, che assomigliava di più a un percorso e a un’esistenza “di bricolage”.
Mi sono resa conto però che se per me le condizioni in cui i ragazzi si trovavano sembravano migliori, la percezione dei ragazzi rispetto alla loro situazione non era sempre così. Sono stata molto sorpresa quando ho sentito da parte di un ragazzo accolto dire che non si sentiva rispettato, considerato come un umano da parte dei membri della cooperativa. Ero anche molto stupita di sentire come altri invece dicessero che la cooperativa non faceva niente per loro.

Pensando di nuovo alla situazione dei ragazzi che conoscevo in Francia, mi dicevo che non fosse legittimo pensare questo. Ma allo stesso tempo non ho smesso di riflettere su questo perchè mi sembrava importante capire questo sentimento e questa percezione. Per me, c’era un grande gap tra quello
che avevo l’impressione di fare con la cooperativa e quello che alcuni ragazzi avevano l’impressione di ricevere dalla cooperativa. Ho trovato questo allarmante e che necessitava di riflessione. L’importanza del lavoro, e soprattutto le difficoltà a trovarlo, occupano un posto importante all’interno di questa insoddisfazione, e rappresentano, penso, una
forma di disillusione. Ho deciso così di portare il mio piccolo contributo, cercando di colmare questa insoddisfazione e affiancando alcuni ragazzi nella ricerca lavoro ma ho scoperto che gli ostacoli sono numerosi.
Nonostante lo sconforto di alcuni ragazzi e la frustrazione di non
poter risolvere i loro problemi e le difficoltà, sono stata molto felice di aver fatto  parte della squadra e di aver contribuito al lavoro della cooperativa.

Penso infatti che i benefici di ciascuna delle persone accolte siano maggiori di ciò che è realmente visibile a livello di risultato e si può misurare. E, soprattutto, con questo tipo di lavoro, si riceve tanto personalmente.

Ho imparato tanto grazie ai miei fantastici colleghi e grazie ai ragazzi.

E’ esattamente questo ciò che cercavo venendo qui e provando questa esperienza. Penso allora di poter solo ringraziare ognuno di loro per avermi permesso di vivere questo volontariato.

Alice

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